Natale in casa Clarence
Clarence
IL RACCONTO DI NATALE
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  VIGILIA DI MISTERO
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Momo PixelatiaLa neve imperlava discretamente le viuzze strette e i larghi vialoni di Clarence City. Le finestre delle case, appannate di primo mattino, lasciavano filtrare sulla strada una fioca luce bassa, che irradiava dalle impronte dei disegni tracciati sui vetri dai bambini, la sera prima. La città sussurrava nel gelo, mentre le luci dei festoni di lampadine ancora sfarfallavano nella bruma nitida dell'alba inoltrata. Attraversando una piazza di cui non ricordava il nome, Momo Pixelatia osservò, con la bocca aperta e il vapore che si condensava sotto il naso, la trama del volo di due uccellini elettrici, che si inseguivano e si beccavano roteando attorno agli archi di ghiaccio dell'acqua di una fontana gelata. Si beccavano e fringuellavano, sommessamente; poi sparirono, come se fossero stati risucchiati da una grondaia umida sotto l'ombra del bordo di un tetto della casa che faceva angolo verso il centro. Momo Pixelatia dovette sgusciare da quella parte, non riuscendo a evitare una lastra che crocchiava tra la suola della sua scarpa e l'asfalto ruvido della strada.
Stava dirigendosi verso il Municipio. Momo Pixelatia non era abituato ad alzarsi a un'ora simile. Ci riflettè un attimo, e gli sembrò plausibile che da almeno una decina d'anni era riuscito a svegliarsi non prima di mezzogiorno (ora di Greenwich, ovviamente). Borbottò tra sé e sé. Borbottava sempre, del resto. Era un borbottone, un borborigmo, un bourbon, un barbone. Beh, poco ci mancava che fosse un barbone: davvero. Non lavorava da un anno, oramai, ma aveva fatto di tutto per rispettare il calendario delle feste comandate. Pasqua, ferragosto, Festa di Fondazione di Clarence City, Giorno del Patrono (Saint Robbiola Grassilla, martire civile e benemerito filantropo degli stemmi cittadini), Natale, Epifania, Martedì Grasso: oh, non se ne perdeva una, anche se non lavorava. E adesso che lo chiamavano in Municipio, alla vigilia di Natale, borbottava alterato perché, se anche gli offrivano da lavorare, col cavolo che aveva voglia. "Lavorare stanca" borbottava tra sé e sé Momo.
"Lo ha già detto Pavese". Era il portinaio della casa d'angolo. Era uscito dal portone con un secchio d'acqua per pulire il marciapiede, ma l'acqua s'era gelata all'istante. Momo lo guardò stranito: "Cos'è che ha già detto Pavese?"
"Che lavorare stanca".
"Ah, un tipo profondo, questo Pavese. E chi sarebbe?"
"Uno del mondo reale. Aveva gli occhiali, abitava in Piemonte ed era sempre triste".
"Uhm... Io non sono triste però. Io borbotto, non è che sono triste. Borbotto e basta".
"Tu non sei triste solo perché sei sempre incazzato" disse il portinaio e rovesciò il secchio sul marciapiede, riempiendo il passaggio di un cumulo di cubetti di ghiaccio. Scosse la testa, rientrò nell'androne, si sporse solo per un attimo dall'uscio, giusto il tempo di fare una pernacchia a Momo, e sparì per sempre dalla vista (davvero: non lo vedremo mai più in questo racconto... Davvero?).
Momo Pixelatia, imbufalito (era un bufalo), ingrugnato (era un grugno), imbronciato (era un oncio), filò via borbottando tra sé come una pentola a pressione in cui stanno cuocendo fagioli e petardi. Aveva trecentodue anni, era nel pieno della giovinezza, gli andava di fare un po' così, quello che aveva l'oncio, quello che era un grugno, un bufalo, un borbone. Si era scelto un bel lavoro, non aveva concorrenti: chi altri, oltre lui, faceva l'investigatore digitale? Davvero: chi era quel matto che si sarebbe accollato un lavoro simile, in un posto dove la gente non muore mai, dove per trovare un cadavere è l'investigatore che deve pagare, e non il cliente? Infatti, da quando si era messo a fare l'investigatore digitale, non aveva avuto da svolgere un incarico che fosse uno. Un lavoro fantastico: non si faticava, si poteva stare a casa tutto il tempo a mangiare le torte e giocare alla consolle (una fantastica macchinetta che ti permetteva di muovere la faccia dei ragazzi del mondo reale). Un lavoro che non ti faceva lavorare era stata la sua migliore idea da cinquant'anni a questa parte. Prima aveva fatto di tutto: lo scaricatore di Mega all'interporto di Clarence, l'assistente sociale per vecchi processori, l'insegnante per Mac rimbambiti, il proiezionista nelle sale di visione di file Mpeg, il bambino a noleggio, il mare in tempesta in una scenografia digitale, l'intrattenitore a bordo di navigatori. Una volta che s'era ammalato il Genio di Virgilio, lo avevano anche pagato per sostituirLo. Buona la paga, ma l'arancione non gli piaceva e a metà giornata se n'era tornato a casa.
Svoltò e arrivò in Piazza Clarence. Il Municipio gli si ergeva lì davanti, maestoso e un po' scemo. La statua di Clarence aveva la candela al naso: una stalattite di ghiaccio pendeva da una narice. "Indecente!" borbottò tra sé e sé Momo Pixelatia (era un burrito, un barman, un beri-beri).
Si fermò davanti alla porta monumentale e un po' idiota del Municipio. Perché lo avevano convocato, così su due piedi (come si faceva a convocare su un piede? e su un piede e mezzo?), e perché proprio alla vigilia di Natale? COSA STAVA SUCCEDENDO A CLARENCE? Borbottò un'ultima volta, e s'infilò nell'ombra buia e un po' cretina del portone municipale.

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