Il film di Polanski non sembrava avere annunciato il grande ritorno dell'altrettanto grande regista. La giuria del 55° festival di Cannes, presieduta dall'ermeticissimo David Lynch, ha legittimato invece l'esito altissimo a cui è giunto Polanski con Il pianista, insignendo della Palma d'Oro il regista di Rosemary's Baby, per la prima volta vincitore sulla Croisette. L'agghiacciante aplomb con cui il cineasta ha affrontato un tema storico di gravità inaudita e di enorme impatto emotivo (non soltanto per gli spettatori, essendo Polanski ebreo e polacco scampato ai massacri nazisti) ha conquistato la critica (scettica in principio) e sicuramente conquisterà il pubblico. Nessuna leggerezza nel racconto di una vicenda tragicamente emblematica: siamo assai distanti dal registro ironico che Egoyan ha scelto per narrare un altro olocausto, quello degli armeni. Polanski scende in profondità con il bisturi dello stile e del raggelante accademismo - probabilmente la cifra più efficace per sfiorare il miocardio spezzato del mondo in preda al male assoluto. Il pianista è adattamento cinematografico della storia di Wladislaw Szpilman (interpretato dall'americano Adrien Body), musicista prodigio che riesce a sopravvivere al rastrellamento nazista nel ghetto ebraico di Varsavia. La famiglia del pianista viene deportata a Treblinka, mentre il giovane e virtuoso artista scampa alle persecuzioni grazie all'aiuto dei goym polacchi prima e, in seguito, addirittura di un ufficiale hitleriano conquistato dal genio del musicista. Il vortice di avvenimenti che sconvolge Varsavia - prima occupata, poi insurrezionista, quindi liberata dalle forze sovietiche - è lo sfondo e il buco nero intorno a cui gravita la vicenda esistenziale e allegorica del protagonista. La struttura del Pianista, snodata in tre distinte parti, dà agio a Polanski di fare sfoggio di una maestria stilistica eccezionale e di un eclettismo formidabile, sorta di petrarchismo della ripresa che permette di evidenziare nuclei meditativi massimalisti: il rapporto tra individuo e collettività, tra esistenza e morte, tra politica e arte, soltanto per fare alcuni esempi. Nel primo atto della vicenda, Polanski, già agli apici emotivi del racconto, sfonda il cinema, evoca le immagini del dramma che costituiscono il nostro immaginario collettivo, elude l'estetico ed edifica un autentico memoriale, al di là delle derive artistiche implicite in un'operazione così rischiosa come quella tentata. Col secondo atto, il regista polacco rovescia tutto, perforando l'epica collettiva del popolo ebraico schiacciato dall'orrore nazista e concentrando la narrazione sull'individuo, in questo caso il protagonista Wladek. Anche qui Polanski lavora sull'implicito: che Szpilman riuscirà a scampare al massacro è cosa nota, e in questo modo per il regista della Nona porta è possibile evitare di speculare sulla suspence più antietica e vergognosa che il cinema possa elaborare. Il colpo di genio di Polanski risiede nel terzo atto della storia: inscenare un grand guignol metafisico, quasi una ricomposizione del nulla dopo la distruzione dei vasi secondo la mistica dello tsim-tsum talmudico, eleva la rappresentazione cinematografica ad autentica mimesi del sacro, cogliendo una delle specificità più impressionanti della cultura ebraica in toto.
Si arriva a chiedersi, quindi, se sia effettivamente l'orizzonte storico ciò che interessava a Polanski. L'altissima ambiguità della sua messa in scena è quella propria di una preghiera o di una meditazione ascetica: si dà per scontata l'esistenza (o la non-esistenza) di Dio, così come qui si dà per scontato il dramma emotivo del gorgo malefico dell'Olocausto. Se fosse possibile accostare le sublimi tentazioni del Polanski di sempre a questo Il pianista, dovremmo spostare la dialettica tra satanismo e cristico, che ha sempre affascinato il regista polacco, verso uno scioglimento dell'ansia messianica e della vicenda storica, sofferta e allucinante, del Popolo di Dio. Sperando che i rabbini non misinterpretino Polanski al pari di quello che accadde alle nere tuniche vaticane, che hanno sempre sospettato dell'odore di zolfo che si sprigiona dalla cinematografia di questo profondissimo meditatore per immagini. Non crediamo che sarà così: non c'è attendersi polemica alcuna rispetto alla sviante rappresentazione dell'Olocausto da parte di un artista che, grazie alla furia nazista, perse la madre quando ancora era bambino e ora tace definitivamente sul dolore umano impresso da quel dramma, permettendosi di superarlo mediante un'immersione nell'assoluto e nel meditativo.
È forse per questo motivo che la critica non si attendeva un trionfo di Polanski a questo festival: perché non aveva compreso a pieno lo sfondamento antispettacolare che il regista ha praticato su una vicenda che, se triturata dallo Spettacolo, diviene un insulto gridato in faccia alla tragedia di un intero popolo. Non c'era dubbio, invece, che David Lynch, regista che nei suoi film cerca e realizza precisamente questo sfondamento, comprendesse e apprezzasse e premiasse quest'operazione. Tutto il resto - compresi i sospetti che la vittoria di un film sull'Olocausto sia stata imposta per punire il sud francese che ha votato LePen - sono assurdi pettegolezzi da retrobottega.