Giocare sulla memoria negli ultimi tempi è una carta vincente. La proiezione di quattro episodi
della prima serie di Capitan Harlock al Future Film Festival ha riempito completamente la sala spettatori
tra i venti e trent'anni in frenetica attesa. Viene da chiedersi se anche le generazioni precedenti
avevano un tale attaccamento ai racconti della propria infanzia, ma è difficile immaginare
austeri signori con famiglia che vanno ad ascoltare letture pubbliche del libro Cuore e delle favole
dei fratelli Grimmm. A contribuire al successo ancora vivo delle anime contribuisce certo il fatto
che molte di esse non erano state pensate per un pubblico di bambini, ma spesso per un'audience
adolescente o adulta. Ma negli anni settanta bastava avere gli occhi a mandorla e si riusciva a vendere
agli italiani qualunque cosa come prodotto per l'infanzia.
Nello specifico Capitan Harlock è una serie che merita di essere rivista. Lo scarto emotivo tra
il ricordo e l'esperienza attuale è minimo e, anche se si ride per alcune evidenti ingenuità, il
fascino esercitato dal pirata dello spazio non accenna a diminuire. Nel corso degli anni sono nate
varie associazioni di genitori (ma genitori di chi poi?!) che si sono poste come ultimo baluardo
all'invasione nipponica in Italia. Troppa violenza dicevano, i nostri figli si abituano ai nomi giapponesi (sic)
dicevano. Alla fine oggi ci dobbiamo sorbire dalle televisioni le serie più edulcorate e noiosette
provenienti dal sol levanti. Oggi Capitan Harlock avrebbe solo una distribuzione in homevideo per appassionati,
come del resto accade attualmente ai migliori prodotti nipponici. Viene però da chiedersi come
sia cresciuta la nostra generazione, imbevuta fin da piccola da un mix tra romanticismo decadente di
sapore mitteleuropeo e un'esaltazione delle virtù militari giapponesi. Tra dovere e onore prevale
il dovere. Francamente preferiremmo avere una terza alternativa.
Capitan Harlock
(Uchu Kaizoku Captain Harlock) Giappone (1978-83) due serie televisive di 42 e 22 episodi ciascuna.