Una volta di lui si diceva che era il regista di destra più amato dalla critica di sinistra. Oggi Clint Eastwood,
un vecchio disilluso ma ancora sognatore, non riesce più a definirsi neanche di destra. Si fa
in effetti fatica a credere che lui, da sempre contrario alla vendita delle armi negli USA, contrario alla
pena di morte e sempre ferocemente critico verso la situazione sociale americana, si sia mai potuto definire
di destra. È vero che negli anni settanta interpretando l'ispettore Callaghan molti frettolosamente
lo eticchetarono come un personaggio fascistoide che sparava a destra e a manca. In realtà anche il
personaggio del film di Don Siegel era, come tutti i personaggi di Eastwood in futuro, un fallito. Forse
è per questo che negli ultimi anni i film di Eastwood non hanno avuto il successo di sala che si
meritavano: quelli a cui potevano piacere li evitavano pensando di trovarsi di fronte all'ennesimo macho
spaccatutto, gli altri che amano gli eroi tutti d'un pezzo restavano delusi a vedere questi personaggi
melanconici e irrimediabilmente, ma orgogliosamente, perdenti.
Il leona d'oro alla carriera che la Mostra del cinema di Venezia gli attribuerà, insiema ad una
retrospettiva, servirà proprio a celebrare uno degli autori più bravi, ma forse anche più
misconosciuti degli Stati Uniti. Si parte con due episodi della serie Rawhide (il cui tema viene suonato dai
Blues Brothers in un country bar, vi ricordate), che rappresenta l'esordio assoluto dell'allora giovanissimo
Clint. Si passa poi alla versione restaurata di Il buono, il brutto e il cattivo di Sergio Leone, che di lui
diceva "ha solo due espressioni: con il sigaro e senza". Non è, come si potrebbe credere un'offesa
ma il riconosimento a quello che Eastwood era diventato in quegli anni: un vera e proprio icona popolare. Non
aveva bisogno di fare nient'altro che apparire sullo schermo con la sua faccia di cuoio per dare un senso
al film. La notte brava del soldato Jonathan segna il nuovo capitolo della carriera di Eastwood
che ritorna negli States alla corte del suo secondo maestro: Don Siegel. Sarà infatti a lui e a
Leone che dedicherà Gli Spietati, il film che, forse a torto, viene considerato il suo capolavoro.
Con Siegel Eastwood inizia ad interpretare quel personaggio, in parte è lui stesso, che lo accompagnerà per il resto
della carriera: l'uomo che va più lento del mondo che lo circonda verso un sicuro fallimento.
Gli altri film della retrospettiva mostrano l'opera di Eastwood dietro la macchina da presa: un autore a
suo agio dentro i meccanismi di qualunque genere ma ciononostante assolutamente originale.Da Il texano dagli occhi di ghiaccio,
spiadita figura di eroe dentro un western che di epico ormai non ha più nulla fino a Honkytonk Man,
storia di un cantante country fallito ed emarginato, più per colpa propria che per colpa del mondo.
Ma i punti più alti della carriera dell'Eastwood regista sono Bird, Gli spietati e soprattutto
Un mondo perfetto. Il primo, che fece scoprire Eastwood come autore, è la biografia
di Charlie Parker, un personaggio assolutamente eastwoodiano nella sua capacità di essere tanto
fallimentare nella vita quanto geniale nell'arte. Il secondo, che gli valse quattro Oscar, lo vede
ritornare nel genere western, anche qui vecchi cavalieri stanchi e incapaci di comprendere il cambiamento
che li circonda: la frontiera scompare e nasce una nuova e più cattiva America. Ma il capolavoro
la raggiunge con Un mondo perfetto al fianco di Kevin Kostner, l'attore che forse più gli
somiglia per scelte e stile. Kostner è un evaso fondamentalmente innocuo che rapisce un bambino
nell'America degli anni cinquanta, inseguito da una banda di poliziotti assetati di sangue. Un film leggero
e tragico, che dimostra tutta la rabbia di Eastwood verso quella parte di America che lui odia ma che vede
sempre più trionfante.
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