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L'ERA
GLACIALE
(Ice Age) di Chris Wedge, con le voci italiane di Leo Gullotta,
Claudio Bisio, Pino Insegno.
Distribuzione: Twentieth Century Fox, durata: 84'
LA
TRAMA: Durante l'esodo per la grande glaciazione, tre animali
preistorici si trovano a fare da balia al neonato smarrito di
un uomo primitivo.
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Nel campo della computergrafica i progressi sono così rapidi
ed esponenziali che, all'uscita di un nuovo lungometraggio, si
è abituati ad aspettarsi ogni volta ulteriori strabilianti
prodigi. Diretto dal pioniere dell'animazione 3D Chris Wedge,
premio Oscar per il cortometraggio Bunny (visibile on-line
a questo
indirizzo), L'era glaciale non manca di fare ricorso
agli strumenti di renderizzazione più sofisticati, come
l'animazione particellare e la resa volumetrica per la simulazione
delle superfici organiche e dei fenomeni atmosferici. Tuttavia
il film, modellato e animato con un normale software commerciale
- il blasonato Maya® - non cerca nella innovazione
tecnologica il suo punto di forza, né gli autori si sono
fatti travolgere dalle seduzioni della computergrafica al punto
di dimenticare la buona vecchia matita e il foglio di carta: «Ricorrevamo
spesso alla matita per farci rapidamente un'idea», dice
Wedge, «È sempre il sistema più veloce, che
ci permetteva di fissare subito su carta alcune emozioni».
Sarà forse per questo che L'era glaciale ricorda
più e meglio di altri film in 3D il tratto e il ritmo dei
buoni vecchi cartoni animati dell'età d'oro. I gag sono
tutti divertenti e un personaggino minore usato come tormentone
ricorrente (lo scoiattolo Scrat) ha la grazia e la comicità
travolgente di certi animaletti di Tex Avery o di Chuck
Jones. Anche la trama ha un sapore classico: in fondo è
la stessa di un preistorico western di John Ford (I
tre birbanti, anno di grazia 1927) in cui tre pistoleri sbandati
e vaganti nel deserto trovavano il loro riscatto nel prendersi
cura di un neonato. Qui al posto del deserto c'è la neve
e al posto dei cow-boys un bizzarro terzetto formato da un austero
mammut, un bradipo un po' svitato e uno spietato felino. Ma la
morale in fondo è la stessa: anche una bestia (lì
in senso metaforico, qui letterale) può diventare un modello
di umanità. La cosa paradossale è che questo ritorno
all'antico fa la modernità del film, dove a un livello
di lettura meno superficiale di quello riservato agli spettatori
più piccoli, non è difficile ritrovare l'eco di
temi e problemi attuali e drammatici come la fame nel mondo o
le difficoltà di convivenza fra razze e culture diverse.
Senza retorica e senza mai cessare di divertire, l'azzeccata miscela
psicologica ottenuta accostando personaggi e caratteri incompatibili
si trasforma in un allegro esempio di tolleranza. E la constatazione
che porta uno dei protagonisti a dire «Siamo il branco più
strano che si sia mai visto» finisce per diventare un elogio
della diversità più concreto ed efficace di molti
proclami intellettuali. Visti i tempi che corrono, non è
poco.
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LA BATTUTA: Io sono troppo pigro per portare
rancore.
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