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L'ERA GLACIALE
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

L'ERA GLACIALE
(Ice Age) di Chris Wedge, con le voci italiane di Leo Gullotta, Claudio Bisio, Pino Insegno.
Distribuzione: Twentieth Century Fox, durata: 84'

LA TRAMA: Durante l'esodo per la grande glaciazione, tre animali preistorici si trovano a fare da balia al neonato smarrito di un uomo primitivo.

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Nel campo della computergrafica i progressi sono così rapidi ed esponenziali che, all'uscita di un nuovo lungometraggio, si è abituati ad aspettarsi ogni volta ulteriori strabilianti prodigi. Diretto dal pioniere dell'animazione 3D Chris Wedge, premio Oscar per il cortometraggio Bunny (visibile on-line a questo indirizzo), L'era glaciale non manca di fare ricorso agli strumenti di renderizzazione più sofisticati, come l'animazione particellare e la resa volumetrica per la simulazione delle superfici organiche e dei fenomeni atmosferici. Tuttavia il film, modellato e animato con un normale software commerciale - il blasonato Maya® - non cerca nella innovazione tecnologica il suo punto di forza, né gli autori si sono fatti travolgere dalle seduzioni della computergrafica al punto di dimenticare la buona vecchia matita e il foglio di carta: «Ricorrevamo spesso alla matita per farci rapidamente un'idea», dice Wedge, «È sempre il sistema più veloce, che ci permetteva di fissare subito su carta alcune emozioni». Sarà forse per questo che L'era glaciale ricorda più e meglio di altri film in 3D il tratto e il ritmo dei buoni vecchi cartoni animati dell'età d'oro. I gag sono tutti divertenti e un personaggino minore usato come tormentone ricorrente (lo scoiattolo Scrat) ha la grazia e la comicità travolgente di certi animaletti di Tex Avery o di Chuck Jones. Anche la trama ha un sapore classico: in fondo è la stessa di un preistorico western di John Ford (I tre birbanti, anno di grazia 1927) in cui tre pistoleri sbandati e vaganti nel deserto trovavano il loro riscatto nel prendersi cura di un neonato. Qui al posto del deserto c'è la neve e al posto dei cow-boys un bizzarro terzetto formato da un austero mammut, un bradipo un po' svitato e uno spietato felino. Ma la morale in fondo è la stessa: anche una bestia (lì in senso metaforico, qui letterale) può diventare un modello di umanità. La cosa paradossale è che questo ritorno all'antico fa la modernità del film, dove a un livello di lettura meno superficiale di quello riservato agli spettatori più piccoli, non è difficile ritrovare l'eco di temi e problemi attuali e drammatici come la fame nel mondo o le difficoltà di convivenza fra razze e culture diverse. Senza retorica e senza mai cessare di divertire, l'azzeccata miscela psicologica ottenuta accostando personaggi e caratteri incompatibili si trasforma in un allegro esempio di tolleranza. E la constatazione che porta uno dei protagonisti a dire «Siamo il branco più strano che si sia mai visto» finisce per diventare un elogio della diversità più concreto ed efficace di molti proclami intellettuali. Visti i tempi che corrono, non è poco.

LA BATTUTA: Io sono troppo pigro per portare rancore.

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L'home page del film

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