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L'IMBALSAMATORE
di Matteo Garrone, con Ernesto Mahieux, Valerio Foglia Manzillo,
Elisabetta Rocchetti.
Distribuzione: Fandango, durata: 101'
LA
TRAMA: L'impossibile triangolo fra un uomo troppo piccolo,
un ragazzo troppo alto e una ragazza troppo rifatta.
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Il curioso ed originale sito del film (vedi il link più
sotto) così ci educe sulla macabra arte della tassidermia,
ovvero l'imbalsamazione: «fin dai tempi più antichi,
le caste religiose dei popoli cercarono di conservare i corpi
dei defunti, sia per scopi sacrali che per evitarne il deterioramento.
Le tecniche adottate si basavano soprattutto sull'asportazione
delle viscere, la disidratazione del corpo e la copertura del
cadavere con resine ed altre sostanze. Tuttavia ogni civiltà
sviluppò le proprie tecniche nel corso dei millenni».
Se proviamo a sostituire la civiltà con l'inciviltà,
la sacralità con il crimine e le caste religiose con la
camorra otteniamo la particolare specializzazione del moderno
imbalsamatore Peppino Profeta, protagonista del film: svuotare
le viscere dei defunti per imbottirle di droga ad uso dei traffici
della camorra. Un espediente usato per davvero, che ha stimolato
la fantasia del regista Matteo Garrone e degli
sceneggiatori Ugo Chiti e Massimo Gaudioso
nell'elaborare questa storia, ambientata in uno dei luoghi a maggiore
densità criminale dell'hinterland napoletano. Tuttavia,
l'attività per la malavita è solo un aspetto accessorio
del lavoro di Peppino Profeta, sinceramente devoto alla sua arte.
Il morboso principio che presiede alla pratica dell'imbalsamazione
è la fissazione della bellezza oltre la morte. Qui si innesta
la segreta attrazione omosessuale del personaggio per un aitante
giovanotto: una passione non dichiarata, che inizialmente sembra
contentarsi di un contatto simbolico e virtuale, simile a quello
che un padrone può instaurare col proprio animale imbalsamato
o un cacciatore con una preda da esibire nell'eternità.
L'equilibrio si spezza con l'entrata in scena di una ragazza:
la sua presenza carnale finisce fatalmente per prevalere sull'ambigua
amicizia tra i due e portare la storia verso un finale drammatico.
Morboso, volutamente lugubre e disturbante, sempre accompagnato
dall'ombra lunga della morte, il film trasfigura i fatti di cronaca
in una dimensione estetico-romantica basata sull'assioma fra amore
e morte. Un tema certamente non nuovo ma che trova rinnovata efficacia
espressiva grazie anche all'inquietante fisicità del protagonista
Ernesto Mahieux e all'effetto straniante dell'ambientazione
scenografica, che situa atmosfere tipiche dell'estetica tardoromantica
non fra gli squisiti addobbi decadenti ma fra gli allucinanti
scheletri di cemento del Villaggio Coppola di Pineta a mare, famigerato
ecomostro del litorale casertano.
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LA BATTUTA: A volte le uscite le teniamo a portata
di mano eppure non le vediamo.
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LINK |
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