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INTERVENTO
DIVINO
(Divine Intervention) di Elia Suleiman, con Elia Suleiman, Manal
Khader, Nayef Fahoum Daher.
Distribuzione: Warner, durata: 92'
LA
TRAMA: A Nazareth, sotto l’apparenza di una banale normalità,
la città è preda della follia.
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Il regista palestinese Elia Suleiman si è
votato, al pari di tanti altri militanti del suo popolo, alla
causa della liberazione. Ma, nel suo caso, adopera un'arma efficace,
quanto incruenta e decisamente insolita: quella dell'ironia. Certo
è terribilmente difficile catturare il lato comico di una
tragedia. Rispetto al film precedente, Cronaca di una
sparizione, (che aveva ottenuto il premio come miglior
opera prima alla Mostra del Cinema di Venezia
nel 1996) tutto è diventato ancora più drammatico
e doloroso: dalla situazione dei teritori a quella della famiglia
stessa di Suleiman. Nel frattempo è infatti scomparso il
padre del regista, che da giovane aveva combattuto nella resistenza
del 1948 ed aveva subito le torture dei soldati israeliani: alla
sua memoria questo film è dedicato. E proprio il personaggio
del padre fa da filo conduttore alla vicenda: quando la sua modesta
impresa va in rovina, tenta di prendere il controllo della situazione
per interrompere il circolo vizioso delle piccole e grandi ostilità
che lo attorniano, ma non ottiene altro che la propria distruzione.
Intervento divino, vincitore quest'anno il Premio della Giuria
al Festival di Cannes,
è il bilancio amaro di una situazione di quotidiana follia
che pure Suleiman riesce a ritrarre con disperato umorismo. La
grande trovata che illumina il film è infatti quella di
concentrarsi sulle beghe quotidiane che scoppiano fra un gruppo
di vicini palestinesi. L'incapacità di quelle persone,
che pure sono tutti compaesani, di convivere pacificamente getta
una luce amaramente disillusa sulla possibilità di far
convivere in Terra Santa due vicini impossibili come israeliani
e palestinesi. Nato a Nazareth, formatosi culturalmente in Francia
e in America e trasferitosi poi a Gerusalemme, Suleiman esprime
il particolare punto di vista dei palestinesi residenti in Israele,
che si trovano per così dire in seconda linea rispetto
a quelli che vivono nei territori: «Siamo persone paurose,
inibite», dice il regista paragonandosi ai confratelli che
risiedono in Cisgiordania o a Gaza. « Non siamo ancora usciti
dal nascondiglio. C’è una ragione, noi nascondiamo
il nostro lato oscuro perché è il più oscuro
di tutti. Temiamo che il nostro lato oscuro ci porti ad avventurarci
in territori sconosciuti. Temiamo, in parte sospettiamo, e siamo
inconsciamente certi che ci potrebbe condurre in un buco nero;
che l’alternativa noi e/o Israele non si ponga più;
che si verifichi una perdita di gravità; il Caos descritto
nell’Antico Testamento, quel caos che era all’origine
del mondo. Israele lo sa. O diventa una vera democrazia o ci lascia
stare, ma Israele rifiuta di fare l’uno o l’altro.
Per questo ogni volta e appena prima che Nazareth si metta a urlare
come Sansone Che io muoia con tutti i Filistei, Israele
ritorna per darci una spuntatina ai capelli».
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LA BATTUTA: Il cuore è imprevedibile.
Non è come il fegato o la milza.
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