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SAMSARA
(Id.) di Pan Nalin, con Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha BaVora,
Tenzin Tashi, Jamayang Junpa, Sherab Sangey.
Distribuzione: Fandango, durata: 138'
LA
TRAMA: La storia di un lama che abbandona la via della saggezza
per sposarsi e di sua moglie, che possiede la saggezza pur vivendo
nel mondo.
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Non basta una vita a raggiungere la perfezione. Così non
devono essere sembrati troppo lunghi al regista indiano Pan
Nalin i sette anni necessari per riuscire a realizzare questo
suo straordinario film di esordio e per convincere i produttori
che era possibile girarlo in una delle regioni più inaccessibili
della terra: il Ladakh. E' uno dei luoghi abitati più
alti e più freddi del mondo, dove alle proibitive condizioni
climatiche si unisce una posizione strategica che lo tiene in
perenne stato di allerta. Ma è anche la Terra di Luna,
l'ultimo Shangri-la, il luogo ideale per ambientare una storia
di forte spiritualità: un posto incredibile e vero, a confronto
del quale il Tibet dei film di Bertolucci o di Scorsese
sembra una cartolina turistica. Il film è stato possibile
grazie all'atteggiamento Zen di Nalin nei confronti della cinematografia,
da lui ribattezzata "zenematografia". Alla troupe venivano
offerte lezioni di yoga, e trattamenti olistici Ayurvedici erano
disponibili per chi avesse bisogno di una cura o di ritrovare
la calma. L'idea era quella di costruire un'atmosfera spirituale
per portare a buon fine la realizzazione di una storia d'amore
spirituale. «La vita mi ha dato la possibilità di
vivere un'infanzia spirituale e religiosa insieme alla mia famiglia»,
spiega il regista. «Ho ascoltato e riascoltato storie affascinanti
su Buddha e sugli dei Indù. Ma è stato solo più
avanti, mentre girovagavo per i monti Himalaya, che il seme di
Samsara è stato piantato. Ho incontrato alcune fra le persone
più straordinarie che abitano nelle più remote regioni
del Ladahk, Zanskar, Spiti, Sikkim e Buthan, persone che avrebbero
lasciato un segno indelebile su di me e che avrebbero cambiato
per sempre il mio modo di guardare me stesso e il mondo. Questo
mi ha fato chiedere: i miei desideri sono la causa del mio destino?
E' possibile mutare il corso del fato?» Il film si pone
questi interrogativi e, come spesso accade in questi casi, più
che dare risposte finisce per porre altre domande: si può
rinunciare alle lusinghe del mondo senza prima averlo conosciuto?
E' giusto far pagare il prezzo delle proprie scelte alle persone
che ci amano? Ricalcando la storia di Siddharta, il film
affronta questi temi con la forza e la leggerezza di una poesia
o di una preghiera. E riesce a raccontare con altrettanta intensità
l'austerità di una esperienza spirituale e il trasporto
di una passione amorosa. Il film del destino, che ha consentito
a un uomo venuto da un villaggio sperduto e poverissimo dell'India
di giocare, come dice lui stesso «a fingere di essere Dio
per 140 minuti al ritmo di 24 fotogrammi al secondo».
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LA BATTUTA: Ci sono cose che dobbiamo disimparare
per poterle reimparare.
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