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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

SAMSARA
(Id.) di Pan Nalin, con Shawn Ku, Christy Chung, Neelesha BaVora, Tenzin Tashi, Jamayang Junpa, Sherab Sangey.
Distribuzione: Fandango, durata: 138'

LA TRAMA: La storia di un lama che abbandona la via della saggezza per sposarsi e di sua moglie, che possiede la saggezza pur vivendo nel mondo.

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Non basta una vita a raggiungere la perfezione. Così non devono essere sembrati troppo lunghi al regista indiano Pan Nalin i sette anni necessari per riuscire a realizzare questo suo straordinario film di esordio e per convincere i produttori che era possibile girarlo in una delle regioni più inaccessibili della terra: il Ladakh. E' uno dei luoghi abitati più alti e più freddi del mondo, dove alle proibitive condizioni climatiche si unisce una posizione strategica che lo tiene in perenne stato di allerta. Ma è anche la Terra di Luna, l'ultimo Shangri-la, il luogo ideale per ambientare una storia di forte spiritualità: un posto incredibile e vero, a confronto del quale il Tibet dei film di Bertolucci o di Scorsese sembra una cartolina turistica. Il film è stato possibile grazie all'atteggiamento Zen di Nalin nei confronti della cinematografia, da lui ribattezzata "zenematografia". Alla troupe venivano offerte lezioni di yoga, e trattamenti olistici Ayurvedici erano disponibili per chi avesse bisogno di una cura o di ritrovare la calma. L'idea era quella di costruire un'atmosfera spirituale per portare a buon fine la realizzazione di una storia d'amore spirituale. «La vita mi ha dato la possibilità di vivere un'infanzia spirituale e religiosa insieme alla mia famiglia», spiega il regista. «Ho ascoltato e riascoltato storie affascinanti su Buddha e sugli dei Indù. Ma è stato solo più avanti, mentre girovagavo per i monti Himalaya, che il seme di Samsara è stato piantato. Ho incontrato alcune fra le persone più straordinarie che abitano nelle più remote regioni del Ladahk, Zanskar, Spiti, Sikkim e Buthan, persone che avrebbero lasciato un segno indelebile su di me e che avrebbero cambiato per sempre il mio modo di guardare me stesso e il mondo. Questo mi ha fato chiedere: i miei desideri sono la causa del mio destino? E' possibile mutare il corso del fato?» Il film si pone questi interrogativi e, come spesso accade in questi casi, più che dare risposte finisce per porre altre domande: si può rinunciare alle lusinghe del mondo senza prima averlo conosciuto? E' giusto far pagare il prezzo delle proprie scelte alle persone che ci amano? Ricalcando la storia di Siddharta, il film affronta questi temi con la forza e la leggerezza di una poesia o di una preghiera. E riesce a raccontare con altrettanta intensità l'austerità di una esperienza spirituale e il trasporto di una passione amorosa. Il film del destino, che ha consentito a un uomo venuto da un villaggio sperduto e poverissimo dell'India di giocare, come dice lui stesso «a fingere di essere Dio per 140 minuti al ritmo di 24 fotogrammi al secondo».

LA BATTUTA: Ci sono cose che dobbiamo disimparare per poterle reimparare.

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