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Amistad
di
Steven Spielberg, con Morgan Freeman, Anthony Hopkins, Djimon
Hounsou, Matthew McConaughey
USA,
1997. Distr.: U.I.P., durata: 155'
LA
TRAMA: 1839. Un gruppo di schiavi ammutinatisi su una nave
negriera finisce sotto processo negli Stati Uniti, dove il loro
caso si ritrova al centro della politica interna e internazionale.
Un
film di Spielberg è sempre un evento e il tema è molto interessante:
il contenzioso sulla proprietà di un gruppo di schiavi diventa
un dibattito sul diritto alla libertà. Tuttavia stavolta il regista
non è riuscito a ripetere il miracolo di "Schindler's List". Le
ragioni sono probabilmente molteplici, anche di ordine politico
e sociologico. Ma da un punto di vista squisitamente narrativo
il difetto principale sta nell'assenza di un vero protagonista:
non lo sono infatti i prigionieri, costretti a subire un processo
per loro incomprensibile; non lo è il personaggio superficialmente
abbozzato di Morgan Freeman; e non lo è neppure il deus ex machina
Anthony Hopkins, il cui ruolo si limita a quello di un pur straordinario
comprimario. Privo di un punto di vista veramente incisivo, "Amistad"
- nonostante le molte qualità e alcuni momenti intensi - non è
completamente riuscito e scivola talora nel paternalismo e nella
retorica. La nobità degli intenti non compensa insomma i difetti
di racconto. A conferma di una verità enunciata all'interno del
film dal personaggio del presidente Quincy Adams - interpretato
da Anthony Hopkins - che va intesa come dichiarazione di poetica
dello stesso Spielberg: e cioé che in tribunale (e al cinema)
non vince chi ha ragione, ma chi racconta la storia migliore.
LA BATTUTA: In
un'aula di tribunale chi racconta la storia migliore vince.
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