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Arancia
meccanica
(A
Clockwork Orange) di Stanley Kubrick, con Malcom McDowell, Patrick
Magee, Adrienne Corri, Michael Bates.
UK,
1971. Distr.: Warner Bros, durata: 137'
LA
TRAMA: Le avventure di un giovane i cui principali interessi
sono lo stupro, l'ultra-violenza e Beethoven.
Ecco
ritornare, annunciato dal suo tipico slogan anni Settanta, un
classico della storia del cinema che al suo apparire suscitò una
marea di polemiche, scandalizzando perfino lo scrittore al cui
romanzo il film si ispirava, il pavido Anthony Burgess. E il bello
è (si fa per dire) che il futuro prossimo venturo evocato da Kubrick
nella sua drammatica e beffarda profezia è diventato nel frattempo
presente storico, lasciando irrisolti tutti gli inquietanti interrogativi
sul rapporto fra violenza e frustrazione sessuale, sulle possibilità
di recupero sociale, sul ruolo rieducativo o repressivo di giustizia
e psichiatria. Unica ma indicativa differenza del mutato costume
sociale, l'abbassamento del divieto ai minori da 18 a 14 anni.
Ma ciò che veramente conta è che, a distanza di quasi un trentennio,
è rimasta inalterata la forza espressiva di questo film-evento.
Il segreto è in una caratteristica unica di Kubrick, che ne fa
un pioniere, un antesignano, un maestro: e cioè quella di affrontare
un genere, esplorarne e sfruttarne creativamente le potenzialità
e quindi abbandonarlo, anziché viverne di rendita per tutto il
resto della carriera come fanno molti suoi collegi registi. Ciò
fa dei suoi film capolavori nel vero senso della parola: ossia
opere uniche di cui è andato distrutto lo stampo.
LA BATTUTA: Era
stata una serata meravigliosa e quello di cui avevo bisogno ora,
per dargli il finale perfetto, era un po' di Ludwig Von.
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