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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

BROTHER
(Id.) di Takeshi Kitano, con Beat Takeshi, Omar Epps, Masaya Kato, Ren Osugi e Tetsuya Watari.
Distribuzione: Keyfilms, durata: 110'

LA TRAMA: Un solitario esponente della yakuza perdente si rifugia a Los Angeles dal fratello minore e lì crea una agguerrita gang mista afro-giapponese.

Il poster Una carriera artistica davvero singolare quella di Takeshi Kitano. Reso celebre in Giappone negli anni Ottanta dalle battute esilaranti che pronunciava come attore comico con lo pseudonimo di Beat Takeshi, è diventato poi un autore di culto a livello internazionale dirigendo e interpretando film prevalentemente drammatici nei quali pronuncia a stento qualche parola. Kitano sembra infatti attenersi scrupolosamente a un precetto tipico del codice dei Samurai: "La cosa essenziale nel parlare è quella di non parlare affatto". In questo ultimo film, la sua proverbiale laconicità è accentuata e giustificata dalla storia: quella di uno yakuza (ossia una sorta di mafioso giapponese) esiliato a Los Angeles e completamente spaesato in un Paese di cui non conosce né la lingua né la cultura. Questa trasferta oltreoceano è stata occasione per una coproduzione internazionale nippo-britannica: la più significativa finora da un punto di vista produttivo per il sobrio cinema di Kitano, con un budget di oltre dieci milioni di dollari. Film durissimo e cruento, anche se intriso di humour nero, «Brother» è imperniato, come molti film di questo attore-regista, sul contrasto - anzi, sarebbe meglio dire, sulla difficile convivenza - fra violenza e sentimenti: in questo caso il sentimento di amicizia che unisce il temibile yakuza giapponese a un goffo delinquentello afro-americano. Una strana amicizia, nata con una aggressione, ma che getta un ponte inaspettato fra due caratteri opposti e due etnie molto distanti. Labbra serrate, occhiali neri, espressione imperscrutabile, faccia di marmo, il protagonista esprime paradossalmente forti emozioni: emozioni violente ed elementari che fanno perno su una lucida vocazione alla morte. Il fascino per la figura trasgressiva del fuorilegge data quanto la storia del cinema. Kitano la subisce come molti altri registi: da Scorsese a Tarantino. E, come in «Ghost Dog», azzarda un'affinità fra l'Hagakure (il nobile codice dei samurai) e l'ignobile codice della mafia. Ma, come in tutti questi altri casi, non si tratta certo di una apologia della vita criminale: la distanza è assicurata dall'ironia, anche se di tipo gelido e feroce. Ciò che affascina narrativamente è piuttosto l'assoluta incoscienza e irresponsabilità del gangster: una sorta di anarchia morale, unita in strano contrasto alle leggi inappellabili e dispotiche che regolamentano i clan, dove ogni logica si sottomette alla tradizione e all'autorità.

  16:9  

LA BATTUTA: L'uomo che conosce il suo destino non conosce la paura.

IL LINK
L'home page del film

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