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BROTHER
(Id.)
di Takeshi Kitano, con Beat Takeshi, Omar Epps, Masaya Kato, Ren
Osugi e Tetsuya Watari.
Distribuzione: Keyfilms, durata: 110'
LA
TRAMA: Un solitario esponente della yakuza perdente si rifugia
a Los Angeles dal fratello minore e lì crea una agguerrita
gang mista afro-giapponese.
Una carriera artistica davvero singolare quella di Takeshi Kitano.
Reso celebre in Giappone negli anni Ottanta dalle battute esilaranti
che pronunciava come attore comico con lo pseudonimo di Beat Takeshi,
è diventato poi un autore di culto a livello internazionale
dirigendo e interpretando film prevalentemente drammatici nei
quali pronuncia a stento qualche parola. Kitano sembra infatti
attenersi scrupolosamente a un precetto tipico del codice dei
Samurai: "La cosa essenziale nel parlare è quella di non parlare
affatto". In questo ultimo film, la sua proverbiale laconicità
è accentuata e giustificata dalla storia: quella di uno
yakuza (ossia una sorta di mafioso giapponese) esiliato a Los
Angeles e completamente spaesato in un Paese di cui non conosce
né la lingua né la cultura. Questa trasferta oltreoceano
è stata occasione per una coproduzione internazionale nippo-britannica:
la più significativa finora da un punto di vista produttivo
per il sobrio cinema di Kitano, con un budget di oltre dieci milioni
di dollari. Film durissimo e cruento, anche se intriso di humour
nero, «Brother» è imperniato, come molti film
di questo attore-regista, sul contrasto - anzi, sarebbe meglio
dire, sulla difficile convivenza - fra violenza e sentimenti:
in questo caso il sentimento di amicizia che unisce il temibile
yakuza giapponese a un goffo delinquentello afro-americano. Una
strana amicizia, nata con una aggressione, ma che getta un ponte
inaspettato fra due caratteri opposti e due etnie molto distanti.
Labbra serrate, occhiali neri, espressione imperscrutabile, faccia
di marmo, il protagonista esprime paradossalmente forti emozioni:
emozioni violente ed elementari che fanno perno su una lucida
vocazione alla morte. Il fascino per la figura trasgressiva del
fuorilegge data quanto la storia del cinema. Kitano la subisce
come molti altri registi: da Scorsese a Tarantino. E, come in
«Ghost Dog»,
azzarda un'affinità fra l'Hagakure (il nobile codice
dei samurai) e l'ignobile codice della mafia. Ma, come in tutti
questi altri casi, non si tratta certo di una apologia della vita
criminale: la distanza è assicurata dall'ironia, anche
se di tipo gelido e feroce. Ciò che affascina narrativamente
è piuttosto l'assoluta incoscienza e irresponsabilità
del gangster: una sorta di anarchia morale, unita in strano contrasto
alle leggi inappellabili e dispotiche che regolamentano i clan,
dove ogni logica si sottomette alla tradizione e all'autorità.
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LA BATTUTA: L'uomo
che conosce il suo destino non conosce la paura.
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