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La
vita è bella
di
Roberto Benigni, con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Sergio
Bustric, Giustino Durano e Giorgio Cantarini.
ITA,
1997. Distr.: Cecchi Gori
LA
TRAMA: Un uomo rinchiuso in un campo di sterminio con la famiglia
salva il figlio dall'orrore facendogli credere che è tutto un
gioco.
Non
c'è paragone tra le farse con le quali Benigni aveva sbancato
il botteghino nelle scorse stagioni cinematografiche e questo
autentico gioiello, col quale è riuscito a sorprendere quanti
in passato avevano storto la bocca di fronte alla sproporzione
fra il suo genio di clown e la sua mediocrità di autore. Non che
Benigni sia diventato improvvisamente un grande regista o che
il film sia un capolavoro perfetto; tutt'altro. Ma poco importa,
tanta è la straordinaria forza poetica dell'idea sulla quale lui
e Vincenzo Cerami hanno costruito questo indimenticabile apologo:
usare il sorriso per preservare un bambino dall'orrore, affinché
in futuro possa continuare a pensare che la vita è bella. E' un'idea
degna di Chaplin per il perfetto dosaggio di comicità e sentimento,
di drammaticità e leggerezza, di amarezza e di ottimismo, di irriverenza
e di rigore morale. Un'idea che celebra l'eroismo della fantasia,
che fulmina in una luce assoluta l'assurdità del razzismo della
sopraffazione, che appaia l'intollerabilità della violenza sui
corpi a quella della mortificazione dell'anima. Sarebbe stato
facile per Benigni, forte dell'amore di un pubblico che sembra
entusiasmarsi per qualsiasi cosa faccia o dica, adagiarsi come
un Pieraccioni sulla facile replica di formule già collaudate.
E invece, con questo bellissimo film, colma in maniera definitiva
l'abisso che separa il talento dalla poesia. Ciò gli è valso il
premio speciale della giuria al festival di Cannes; o, come preferisce
chiamarlo Benigni, il Dattero d'Oro.
LA BATTUTA: Ma
ti sembra possibile che prendano i bambini e li portino nelle
camere a gas? E magari li bruciano anche nei forni. E poi ci fanno
il sapone. E i bottoni. Guarda qua, questo è il mio amico Ruggero,
che è diventato una fibbia.
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