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IL
MESTIERE DELLE ARMI
(Id.) di Ermanno Olmi, con Hristo Jivkov, Sergio Grammatico, Dimitar
Ratchkov, Dessy Tenekedjieva, Sandra Ceccarelli.
Distribuzione: Mikado, durata: 105'
LA
TRAMA: 1526. Il condottiero Giovanni dalle Bande Nere viene
tradito dalla politica e dall'introduzione delle armi da fuoco.
Li ultimi fatti d'arme dello illustrissimo Signor Joanni da
le Bande Nere, recita il sottotitolo di questo film, che fa
rivivere anche nel suggestivo italiano arcaico dell'Aretino e
di altri cronachisti dell'epoca una storia attuale di cinquecento
anni fa. Attuale, perché Olmi ha voluto vedere nella continua
sfida alla morte del condottiero ventottenne Giovanni de'Medici
un parallelo con la convivenza con la morte tipica a suo dire
degli atteggiamenti spericolati ed estremi di molti giovani di
oggi. Ma questi paralleli sono essi stessi spericolati, per cui
meglio abbandonare l'attualità e rituffarci nella storia.
A differenza dei disinvolti kolossal apocrifi tipo Gladiatore,
qui tutto è attendibile e documentato, frutto di due anni
di meticolose ricerche storiche. Del resto Olmi nasce come documentarista
e per lui il rigore è d'obbligo: c'è una minuzia
affettuosa che rende vivo e verosimile ogni particolare, dalla
forgiatura delle armi ai minuti dettagli del vivere quotidiano,
dall'inventario degli oggetti d'uso comune a quello dei terribili
strumenti chirurgici del tempo, coi quali al condottiero ferito
venne amputata la gamba martoriata da uno sparo. Tutto ruota attorno
alla figura di Giovanni, ma non c'è da attendersi l'immedesimazione
o l'empatia che normalmente accompagna la ricostruzione romanzata
della vita un personaggio storico. Proprio l'atteggiamento documentaristico
di Olmi finisce per privilegiare il contesto sul personaggio,
il tema sulla trama. E il tema è la disumanizzazione della
guerra. «Ancora al principio del Rinascimento, era l'uomo
medesimo, col suo stesso corpo, macchina da guerra. La sua potenza
stava unicamente nella forza dei suoi muscoli e nell'abilità
del duellare. La spada del guerriero altro non era che un prolungamento
del suo proprio braccio. Nella guerra d'arma bianca - uomo contro
uomo - si erano configurate delle regole che i belligeranti si
compiacevano di rispettare. Un modello esemplare di comportamento
della nobile arte della guerra. Ma la comparsa delle bocche da
fuoco hanno portato a distanziare sempre più i contendenti
in campo, tanto da non potersi più riconoscere tra loro.
Oggi, il soldato del nostro millennio non vede e non sa chi uccide,
né da chi viene ucciso. Oggi, sono guerre di tecnologie
sempre più impersonali.
Oggi, più che in ogni passato, gli uomini, per gli uomini,
non sono più uomini, ma soltanto obiettivi da annientare.
Il nemico da abbattere non ha volto, né voce. Si fa sempre
più distante e muto il sentimento della sofferenza e della
pietà». Qui sta la vera attualità del discorso
di Olmi: una attualità in qualche modo anacronistica, poiché
perseguita con assoluto rigore stilistico ma nessuna concessione
alle convenzioni narrative del cinema contemporaneo. Un film esemplare
e ostico, solenne e classico, che persegue degnamente un modello
illustre: quello de La presa del potere di Luigi XIV di
Roberto Rossellini.
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LA BATTUTA: Le nuove armi da fuoco cambiano
le guerre ma sono le guerre che cambiano il mondo.
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