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IL NEMICO ALLE PORTE
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

IL NEMICO ALLE PORTE
(Enemy At The Gates) di Jean-Jacques Annaud, con Jude Law, Ed Harris, Joseph Fiennes, Rachel Weisz, Bob Hoskins.
Distribuzione: Cecchi Gori, durata: 131'

LA TRAMA: 1942. La battaglia di Stalingrado vista con gli occhi di un cecchino russo e di un aristocratico tedesco.

clicca per ingrandire Nemmeno Sergio Leone riuscì a realizzare un progetto così grandioso: un film sulla battaglia di Stalingrado, punto di svolta della Seconda Guerra Mondiale. Ci è riuscito Annaud, specializzatosi ormai in kolossal («Il nome della rosa», «L'amante», «Sette anni in Tibet»), anche se in maniera paradossale: scomodando una immensa epopea per raccontare il duello tra due uomini. L'idea, sebbene un po' bizzarra, non è priva di fascino e di ragioni. Le cifre di quel massacro sono infatti talmente enormi (morirono complessivamente 800.000 uomini dell'Asse, 1.100.000 soldati russi e centinaia di migliaia di civili) che la grandezza dei numeri rischia di diventare inversamente proporzionale alle emozioni suscitate. Lo scontro diretto tra due individui, invece, restituisce volto e proporzioni al confronto fra la vita e la morte. Perciò l'attenzione dell'autore si è concentrata su due uomini-simbolo: da un lato il cecchino russo Vassili Zaitsev (Jude Law) e dall'altro il tiratore scelto tedesco Konig (Ed Harris). La storia, tratta da un romanzo di William Craig, prende spunto dalla realtà: Vassili Zaitsev è effettivamente esistito, il suo fucile è conservato nel museo storico della città ed il trofeo della sua vittoria - il mirino telescopico del suo avversario tedesco - è in mostra nel museo delle forze armate di Mosca. Il resto è avvolto dalla mitologia e dalla propaganda; così Annaud e lo sceneggiatore Alain Godard sono partiti dai documenti storici per poi affidarsi alla loro libera interpretazione. Ma sono incappati in due passi falsi: il primo è la natura di per sé odiosa della figura del cecchino, che ne rende problematica l'esaltazione; il secondo è la volontà di costruire a tutti i costi una storia di rivalità amorosa, che li ha indotti a fastidiose forzature e clamorosi scivoloni di gusto, con un paio di memorabili (e risibili) scambi di battute fra Law e la Weisz. Inceppato da questi ostacoli e appesantito dalla prolissità tipica di Annaud, il film disinnesca via via il suo potenziale drammatico e finisce - è il caso di dirlo - per non centrare appieno il bersaglio. A mantener viva l'attenzione dello spettatore resta però il formidabile lavoro di ricostruzione, frutto dell'apporto dello scenografo Wolf Kroeger e della costumista Janty Yates (nomination all'Oscar per «Il gladiatore»). Le locations sono state allestite nella Germania orientale: una miniera a cielo aperto al confine con la Polonia imita le sponde del Volga, una fabbrica abbandonata nella città industriale di Rudersdorf simula il cuore della città e delle caserme abbandonate nel villaggio di Krampnitz fanno da sfondo alla Piazza Rossa di Stalingrado. Gli appassionati di turismo cinematografico sono avvertiti: troveranno macerie, fango, ruggine e persino i micidiali residui inquinanti dell'olio usato dai carri armati russi nel dopoguerra.

   

LA BATTUTA: Quello con il fucile, spara. Quello senza fucile segue il compagno e, quando questi viene ucciso, prende il suo fucile e spara!

IL LINK
L'home page del film

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