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IL
NEMICO ALLE PORTE
(Enemy At The Gates) di Jean-Jacques Annaud, con Jude Law, Ed
Harris, Joseph Fiennes, Rachel Weisz, Bob Hoskins.
Distribuzione: Cecchi Gori, durata: 131'
LA
TRAMA: 1942. La battaglia di Stalingrado vista con gli occhi
di un cecchino russo e di un aristocratico tedesco.
Nemmeno Sergio Leone riuscì a realizzare un progetto così
grandioso: un film sulla battaglia di Stalingrado, punto di svolta
della Seconda Guerra Mondiale. Ci è riuscito Annaud, specializzatosi
ormai in kolossal («Il nome della rosa», «L'amante»,
«Sette anni in Tibet»), anche se in maniera paradossale:
scomodando una immensa epopea per raccontare il duello tra due
uomini. L'idea, sebbene un po' bizzarra, non è priva di
fascino e di ragioni. Le cifre di quel massacro sono infatti talmente
enormi (morirono complessivamente 800.000 uomini dell'Asse, 1.100.000
soldati russi e centinaia di migliaia di civili) che la grandezza
dei numeri rischia di diventare inversamente proporzionale alle
emozioni suscitate. Lo scontro diretto tra due individui, invece,
restituisce volto e proporzioni al confronto fra la vita e la
morte. Perciò l'attenzione dell'autore si è concentrata
su due uomini-simbolo: da un lato il cecchino russo Vassili Zaitsev
(Jude Law) e dall'altro il tiratore scelto tedesco Konig (Ed Harris).
La storia, tratta da un romanzo di William Craig, prende spunto
dalla realtà: Vassili Zaitsev è effettivamente esistito,
il suo fucile è conservato nel museo storico della città
ed il trofeo della sua vittoria - il mirino telescopico del suo
avversario tedesco - è in mostra nel museo delle forze
armate di Mosca. Il resto è avvolto dalla mitologia e dalla
propaganda; così Annaud e lo sceneggiatore Alain Godard
sono partiti dai documenti storici per poi affidarsi alla loro
libera interpretazione. Ma sono incappati in due passi falsi:
il primo è la natura di per sé odiosa della figura
del cecchino, che ne rende problematica l'esaltazione; il secondo
è la volontà di costruire a tutti i costi una storia
di rivalità amorosa, che li ha indotti a fastidiose forzature
e clamorosi scivoloni di gusto, con un paio di memorabili (e risibili)
scambi di battute fra Law e la Weisz. Inceppato da questi ostacoli
e appesantito dalla prolissità tipica di Annaud, il film
disinnesca via via il suo potenziale drammatico e finisce - è
il caso di dirlo - per non centrare appieno il bersaglio. A mantener
viva l'attenzione dello spettatore resta però il formidabile
lavoro di ricostruzione, frutto dell'apporto dello scenografo
Wolf Kroeger e della costumista Janty Yates (nomination all'Oscar
per «Il gladiatore»). Le locations sono state
allestite nella Germania orientale: una miniera a cielo aperto
al confine con la Polonia imita le sponde del Volga, una fabbrica
abbandonata nella città industriale di Rudersdorf simula
il cuore della città e delle caserme abbandonate nel villaggio
di Krampnitz fanno da sfondo alla Piazza Rossa di Stalingrado.
Gli appassionati di turismo cinematografico sono avvertiti: troveranno
macerie, fango, ruggine e persino i micidiali residui inquinanti
dell'olio usato dai carri armati russi nel dopoguerra.
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LA BATTUTA: Quello con il fucile, spara. Quello
senza fucile segue il compagno e, quando questi viene ucciso,
prende il suo fucile e spara!
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