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LA STANZA DEL FIGLIO
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

LA STANZA DEL FIGLIO
(Id.) di Nanni Moretti, con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice.
Distribuzione: Sacher, durata: 99'

LA TRAMA: Ad Ancona, la vita familiare di uno psicoanalista viene sconvolta dalla morte improvvisa del figlio.

clicca per ingrandire Le teorie della sceneggiatura (codificate dagli americani ma ormai molto popolari anche da noi) stabiliscono che all'inizio di un film vada indicato il fatal flaw del protagonista: la sua mancanza fatale, ossia una sua qualche profonda carenza, destinata a colmarsi durante l'arco narrativo del film. Ma il Giovanni-Nanni Moretti che ci viene presentato all'inizio de La stanza del figlio sembra non mancare di nulla: ha una famiglia unita e serena, giusto con qualche problema di normale amministrazione, tanto perché non appaia eccessivamente idealizzata e artificiale. Proprio per questo, la perdita improvvisa del figlio appare ancora più straziante e colpisce al cuore come una nemesi crudele ed assurda. Sovvertendo le regole da manuale, il film spiazza lo spettatore raccontandogli non di una mancanza fatale da colmare ma, al contrario, di una pienezza affettiva lacerata da una improvvisa mancanza. Il film esprime e trasmette una sensazione di grande vulnerabilità. C'è una sequenza particolarmente emozionante, nella quale sembra incombere sui personaggi una situazione di imminente pericolo: quasi che la morte, prima di colpire il giovane Andrea, sfiorasse tutti i membri della famiglia. Come gli altri film di Moretti, anche La stanza del figlio è autobiografico: anche se fortunatamente non si tratta di una autobiografia dei fatti, ma delle paure. Oggi che avere dei figli è una conquista molto più rara e tardiva di un tempo, è infatti anche più diffuso il timore segreto di perderli: posso testimoniarlo anch'io, divenuto padre da poco. Moretti ha colto nell'inconscio collettivo questa paura e la racconta in quello che, fino ad ora, appare il suo film più toccante e maturo. Abbandonando i suoi tradizionali atteggiamenti sarcastici, esplora con grande semplicità e finezza lo straziante percorso della elaborazione di un lutto. E' un po' come se, dopo tanti anni, questo autore così assolutamente egocentrico fosse riuscito a praticare uno spiraglio nel proprio io e ad aprirsi, attraverso la sofferenza e la consapevolezza della propria fragilità, alla accettazione del mondo. Per la prima volta, anche i comprimari che lo attorniano non sono più solo delle emanazioni di sé ma personaggi a tutto tondo. E, per la prima volta, anche il pubblico che va a vedere il film non è più solo quello classico e generazionale dei film di Moretti ma un pubblico più vasto, che comprende forse anche il leggendario pastore sardo e la casalinga di Voghera. Moretti è, come Woody Allen, uno di quegli autori così propensi a confessarsi pubblicamente che, anche senza conoscerli, ci sembra di aver stabilito con loro nel tempo un rapporto di intimità. Per questo ci fa piacere vederlo oggi così universalmente apprezzato (Palma d'Oro al 54mo Festival di Cannes) e ritrovarlo finalmente tanto più umano e tanto meno saccente.

   

LA BATTUTA: Ma non bisognerebbe giocare per vincere? Sennò che gusto c'è...

IL LINK
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