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LA
STANZA DEL FIGLIO
(Id.) di Nanni Moretti, con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine
Trinca, Giuseppe Sanfelice.
Distribuzione: Sacher, durata: 99'
LA
TRAMA: Ad Ancona, la vita familiare di uno psicoanalista viene
sconvolta dalla morte improvvisa del figlio.
Le teorie della sceneggiatura (codificate dagli americani ma ormai
molto popolari anche da noi) stabiliscono che all'inizio di un
film vada indicato il fatal flaw del protagonista: la sua
mancanza fatale, ossia una sua qualche profonda carenza, destinata
a colmarsi durante l'arco narrativo del film. Ma il Giovanni-Nanni
Moretti che ci viene presentato all'inizio de La stanza del
figlio sembra non mancare di nulla: ha una famiglia unita
e serena, giusto con qualche problema di normale amministrazione,
tanto perché non appaia eccessivamente idealizzata e artificiale.
Proprio per questo, la perdita improvvisa del figlio appare ancora
più straziante e colpisce al cuore come una nemesi crudele
ed assurda. Sovvertendo le regole da manuale, il film spiazza
lo spettatore raccontandogli non di una mancanza fatale da colmare
ma, al contrario, di una pienezza affettiva lacerata da una improvvisa
mancanza. Il film esprime e trasmette una sensazione di grande
vulnerabilità. C'è una sequenza particolarmente
emozionante, nella quale sembra incombere sui personaggi una situazione
di imminente pericolo: quasi che la morte, prima di colpire il
giovane Andrea, sfiorasse tutti i membri della famiglia. Come
gli altri film di Moretti, anche La stanza del figlio è
autobiografico: anche se fortunatamente non si tratta di una autobiografia
dei fatti, ma delle paure. Oggi che avere dei figli è una
conquista molto più rara e tardiva di un tempo, è
infatti anche più diffuso il timore segreto di perderli:
posso testimoniarlo anch'io, divenuto padre da poco. Moretti ha
colto nell'inconscio collettivo questa paura e la racconta in
quello che, fino ad ora, appare il suo film più toccante
e maturo. Abbandonando i suoi tradizionali atteggiamenti sarcastici,
esplora con grande semplicità e finezza lo straziante percorso
della elaborazione di un lutto. E' un po' come se, dopo tanti
anni, questo autore così assolutamente egocentrico fosse
riuscito a praticare uno spiraglio nel proprio io e ad aprirsi,
attraverso la sofferenza e la consapevolezza della propria fragilità,
alla accettazione del mondo. Per la prima volta, anche i comprimari
che lo attorniano non sono più solo delle emanazioni di
sé ma personaggi a tutto tondo. E, per la prima volta,
anche il pubblico che va a vedere il film non è più
solo quello classico e generazionale dei film di Moretti ma un
pubblico più vasto, che comprende forse anche il leggendario
pastore sardo e la casalinga di Voghera. Moretti è, come
Woody Allen, uno di quegli autori così propensi
a confessarsi pubblicamente che, anche senza conoscerli, ci sembra
di aver stabilito con loro nel tempo un rapporto di intimità.
Per questo ci fa piacere vederlo oggi così universalmente
apprezzato (Palma d'Oro al 54mo Festival di Cannes) e ritrovarlo
finalmente tanto più umano e tanto meno saccente.
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LA BATTUTA: Ma non bisognerebbe giocare per
vincere? Sennò che gusto c'è...
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