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CODICE:
SWORDFISH
(Swordfish) di Dominic Sena, con John Travolta, Hugh Jackman,
Halle Berry, Don Cheadle, Vinnie Jones e Sam Shepard.
Distribuzione: Warner Bros., durata: 98'
LA
TRAMA: Un patriota fanatico si serve di un celebre hacker
per mettere in atto un folle piano di terrorismo antiterrorista.
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Se nella mentalità europea i film sono opera dei registi,
in quella americana sono soprattutto opera dei produttori. E nella
produzione hollywoodiana questo concetto si rivela molto spesso
vero: nel bene e - soprattutto - nel male. E' senz'altro il caso
di Swordfish, che porta la firma inconfondibile del suo
produttore: Joel Silver, quello di Matrix. Da quest'ultimo
film sono presi infatti di peso moltissimi elementi: dalla presenza
di un hacker come co-protagonista (l'improbabile Hugh Jackman)
al profluvio di sofisticati effetti speciali. Particolarmente
impressionante (e anche disturbante, alla luce della drammatica
cronaca attuale) la scena iniziale, nella quale viene fatto saltare
un ostaggio imbottito di esplosivo: scena per la quale sono stati
necessari tre mesi di preparazione, un sistema multi-cam progettato
appositamente e un complicato sistema di cavi con cui si imbrigliavano
gli stunt per farli saltare in aria. Ma, checché ne pensino
i produttori, i dettagli cruenti, gli elementi di attualità
e gli effetti spettacolari non bastano a fare i film: così,
nonostante l'azione serrata e le esplosioni a ripetizione tanto
care a Joel Silver (vedi anche i precedenti di Arma letale
e di Die Hard), il film si rivela alla fine piuttosto deludente
e ripetitivo. C'è però un aspetto, abbastanza paradossale,
degno di interesse: e cioé la visione del cinema di cui
il cattivo Gabriel Shear (interpretato con sardonico compiacimento
da John Travolta) si fa portavoce. In una intrigante sequenza,
Shear-Travolta si lancia infatti in un virulento attacco ad Hollywood,
dicendo senza mezzi termini: «Hollywood produce merda. Film
con effetti sensazionalistici e happy end gratuiti, senza un pizzico
di realismo. Il realismo non è certo un concetto che permea
la moderna visione cinematografica americana. Prendiamo Quel
pomeriggio di un giorno da cani: un capolavoro di regia, certamente
il miglior film di Lumet. Eppure lo sviluppo della storia non
è realistico. Quante vittime innocenti servivano perché
la città rivedesse la sua politica sulle crisi con ostaggi?
Ed era il 1976: non c'erano la CNN, la tv via cavo, Internet.
Figuriamoci oggi...». Il paradosso nasce dal fatto che chi
parla è un sequestratore senza scrupoli e che lo stesso
«Swordfish» abbonda di effetti sensazionalistici,
esplosioni e cattivi impuniti. Auto-ironia dunque, visto che le
dissertazioni cinefile sono affidate al personaggio di un pazzo
sadico. Ma, al tempo stesso, c'è una consapevole autocritica,
poiché Joel Silver si ritiene in qualche modo un produttore
alternativo alla vecchia Hollywood. In bilico fra autocoscienza
e ipocrisia, questo nuovo tycoon si diverte a mescolare le carte
e a giocare con il potere mistificatorio della finzione cinematografica,
consapevole che «quello che l'occhio vede e l'orecchio sente,
la mente crede».
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LA BATTUTA: La vita è più fantasiosa
della fiction.
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