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TITUS
(Id.)
di Julie Taymor, con Anthony Hopkins, Jessica Lange, Harry Lennix,
Alan Cumming.
Distribuzione: Medusa, durata: 155'
LA
TRAMA: Un generale vittorioso, di ritorno nell'antica Roma,
subisce e poi consuma a sua volta la più efferata delle
vendette.
Le
famigerate comparse dei peplum (i film in costume antico
romano tanto in voga negli anni Sessanta), quando dimenticavano
sciaguratamente l'orologio al polso non sapevano di fare un'inconsapevole
scelta artistica. L'anacronismo deliberato è infatti la
chiave espressiva di questo «Titus», i cui autori
(la regista Julie Taymor, lo scenogfafo Dante Ferretti, la costumista
Milena Canonero e il direttore della fotografia Luciano Tovoli)
hanno accostato volutamente bighe e motociclette, calzari e anfibi,
aquile romene e littori. L'intenzione è ovviamente quella
di suggerire un parallelo tra l'impero romano e il ventennio fascista
e, in generale, di rendere meno lontana e più familiare
l'immagine di un regime militare e totalitario. "Roma
č la cittā dei secoli stratificati - ha specificato la regista
- dove accanto ai ruderi archeologici ci sono le antenne televisive.
Č una cittā che contiene tutte le epoche e che mi avrebbe permesso
di attraversare tutti i secoli, dall'impero romano al 2000".
Ma il risultato è ambivalente: se da un lato l'accostamento
fra il Colosseo vero (che però è in realtà
l'anfiteatro di Spalato) e il cosiddetto Colosseo quadrato dell'Eur
è felice, il paragone fra le fazioni politiche in lotta
e le tifoserie della Roma e della Lazio è decisamente risibile.
Allo stesso modo, il film comprende scene estremamente suggestive
(come il trionfo di Tito, coi soldati simili a robot) e scelte
infelici, come quella di eleggere a testimone della vicenda un
lezioso ragazzino moderno, amante dei giochi cruenti. Insomma,
un film a tratti visionario ma molto spesso insopportabile per
le troppo conclamate pretese di artisticità. E appare una
scelta artificiosamente paradossale anche quella del testo: la
brillante regista di Broadway Julie Taymor sembra aver scelto
scientemente la meno "femminile" e la più truculenta
fra le tragedie di Shakespeare, un «Tito Andronico»
grondante sangue, che annovera mani mozzate, una lingua tagliata,
due teste spiccate dal busto e un pasticcio ripieno di carne umana.
Nei panni del generale-cuoco, un Anthony Hopkins che occhieggia
volutamente al suo celeberrimo personaggio di Hannibal the Cannibal.
E tutto il film occhieggia a illustri precedenti: le Mani di Forbice
di Tim Burton, i collage di Greenaway, il pulp efferato di Tarantino.
Tanto a ricordare, se ce ne fosse bisogno, che qui si fa arte
con la A maiuscola: in lettere romane, ovviamente.
LA BATTUTA: Il
peggio fatto a lei è il meglio per me.
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