Poeti di tutto il mondo unitevi e menàtegli giù duro, a Claudio Baglioni, perché i suoi testi sono mirabili evoluzioni stilistiche di una mente spezzata dalla catena delle associazioni e dal logorio dei lobi. Nemmeno Alzheimer in persona avrebbe ottenuto simili aperture sul nonsenso. Claudio (nella foto accanto, còlto in un momento dei suoi) ha attraversato lo specchio ed è approdato in un Paese delle Meraviglie governato da un cattivo demiurgo, un losco figuro in possesso di una grammatica alternativa e idiota, una specie di cretino universale che ha insegnato al Nostro a pensare male e a scrivere peggio (si tratta di Manlio Sgalambro? Di Enrico Ghezzi? Di Cesare Maldini?). Abbiamo fatto mente locale, riflettendo a lungo sui testi. Eravamo convinti che, in realtà, si trattasse di un codice cifrato, un linguaggio segreto che contiene la soluzione di un indicibile mistero. E avevamo ragione: secondo la nostra interpretazione, Claudio Baglioni, in questo testo, vuole esprimere un concetto complesso e inarrivabile: "gh". Per documentare il duro lavoro di interpretazione che Clarence ha intrapreso sui testi baglioniani, ecco una scelta significativa dei passi più complessi e seducenti usciti dalla fantasia involuta ed ermetica del Nostro. A fianco, quello che ipotizziamo significhino questi esercizi di stile.
Sono qui, in ordine sparso
sul pavimento della mia coscienza
tra compiacimento e nostalgia
e lo guardo mentre mi osservano.
Una pace prenderò per te, là fuori,
quando io camminerò le vie dei colori
Un'intima e dolorosa confessione di Baglioni su cosa fa nel tempo libero, a casa sua. Ha un parquet intimo: non nel senso che dà calore, ma nel senso che il parquet è Baglioni stesso. La sua è una coscienza infelice e travagliata, ridotta a brandelli, inutile e fastidiosa. In casa ha ospiti assurdi che stanno lì a osservarlo, e lui li osserva a sua volta: vanno avanti così per ore, senza dire una parola. Alla fine, dopo questa tortura zen, Claudio esce di casa, si scorda la grammatica, vede strade colorate come se si fosse strafatto di acido lisergico.
C'era un cavaliere bianco e nero prigioniero
senza un posto né un sentiero senza diavolo né dio
senza un cielo da sparviero senza un grido da guerriero
Baglioni ha conosciuto Moggi e tiene a farci sapere cosa ne pensa: è incatenato da Giraudo e Bettega, presto perderà il posto di lavoro, è ateo, è un rapace spennacchiato e ha un problema di polipi alla gola.
il pennino comincia a tracciare
sulla carta millimetrata del sentire
l'onda frastagliata delle emozioni
Il messaggio nella bottiglia lanciato ai fan. Baglioni sta male, capite? Soffre, la sua interiorità è un puttanaio, ha delle emozioni paragonabili ai fogli bristol, la sintassi per lui è un'indicibile tortura: resiste stoicamente, ma non può fare a meno di storcere la bocca ed emettere un flebile lamento: chiede aiuto.
Non è proprio pulito, ma è fresco,
e se prendi a sinistra
verso quello che resta del capanno nel quale
una volta c'era il bar
subito prima della foce
c'è un tronco vuoto
Il riposo del guerriero. Baglioni suole ritirarsi in una località non meglio specificata, per evitare l'assedio dei fan, coi quali ha difficoltà a verbalizzare, come con chiunque altro. Claudio ha scelto una villeggiatura comoda ma spartana, magari con qualche scarafaggio ma carina, spoglia di piaceri, che persino Ligabue sdegna ("quello che resta del capanno del bar"). Di sapore surrealista il simbolo finale del tronco vuoto, che suggerisce ambigue destinazioni.
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