Moratti: «Mi è costato un casino, dev'essere bravo»
Sulla panchina dell'Inter il Mosè di Michelangelo
MILANO - Autorevole, esperto, granitico. Anzi, marmoreo. Aitante come Lippi, nerboruto come Mancini, famoso all'estero come Vialli, profetico come Zeman. E più caro di tutti costoro messi insieme. La scelta di Massimo Moratti non poteva che cadere su di lui, il Mosè di Michelangelo. All'immortale capolavoro rinascimentale saranno affidate le incerte sorti dell'Inter: richiamato precipitosamente da Montevideo, dov'era in trattative con l'argentino Daniel Passarella, Giacinto Facchetti è stato dirottato nella chiesa romana di San Pietro in Vincoli, attuale residenza
del Mosè, per dare gli ultimi ritocchi a un contratto che farà impallidire i pur lauti emolumenti di Marcello Lippi. «Ho piena fiducia nel signor Mosè - ha dichiarato il presidente nerazzurro -. Mi dicono che tempo fa abbia salvato Israele dalla retrocessione in Egitto dividendo in due il mar Rosso, che non è roba da tutti. E in più sa portare sfiga agli avversari con epidemie, piogge di sangue e invasioni di cavallette. Terzo, rispetto ai soliti allenatori allenatori all'italiana, è più modesto: non si crede Dio, si limita a sostenere di prendere ordini da Lui. Ma quello che più mi convince nel Mosè è il suo costo stellare, assolutamente spropositato. Proprio quel che ci vuole per scialacquare tutti i soldi che mi rimangono dopo aver pagato Lippi e ricoperto d'oro Salas, Vieri e Ronaldo». A chi gli rimprovera di affidare i destini dell'Inter a una statua prestigiosa, ma del tutto inetta al gioco del calcio, Moratti replica serenamente: «Critiche fuori luogo. Ho comprato il Mosè, mica Del Piero».
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