Bossi rinnega il fiume-simbolo: «E' comunista, gay e musulmano» Il Po cacciato dalla Lega Nord:
«Non ha sommerso neanche una moschea»
MANTOVA - «Ma va' a dà via i ciapp», ruggiscono le gonfie e limacciose acque
del Grande Fiume. Lo hanno sentito tutti, da Torino a Mantova. Ma più della
rabbia dell'espulso, si coglie lo sprezzante sollievo del vecchio anarchico
dal nome preindoeuropeo che finalmente ritrova la sua libertà. Basta con le
ampolle, basta con il culto padano-pagano, basta con gli omaggi cialtroni e
l'adulazione a fini elettorali. Disfattismo e insubordinazione: questo il
verdetto con cui lo stato maggiore della Lega lo ha espulso in tronco. «Gli
avevamo chiesto di arrivare fino a Lodi in occasione della nostra
manifestazione anti-moschea - ringhia Umberto Bossi - per spazzare via con
le sue acque padane e cristiane quel marocchino di un Allah e tutti i suoi
seguaci. Invece il lavativo se l'è presa comoda e non è andato più a nord
di Piacenza. Perché sotto sotto è rimasto un comunista. Ha lasciato
disastri solo passando per le regioni governate dal Polo, mentre agli
emiliani rossi non ha fatto nemmeno un pediluvio». Ma le insinuazioni del
senatùr colpiscono anche più basso: «Adesso cominciano a venirmi dei dubbi
sulla sua virilità. Un fiume maschio e nordico dovrebbe essere azzurro, o
di un bel verde da guardia padana. Invece il Po va sempre in giro con dei
colorini da culattone, marroncino tortora e giallo foglia secca. Secondo me
si trucca. E poi c'è tutto quel viavai di affluenti che il Po si porta a
letto: a parte le due Dore, sono solo maschi, dallo Scrivia al Tanaro». A
prendere il posto del massimo fiume italiano, nelle file della Lega,
saranno testimonial acquei di stretta osservanza bossiana: l'arianissimo
Adige e i torrenti piemontesi che nei giorni scorsi hanno travolto una
bimba Rom e un soccorritore di origine nordafricana.
Perché chiudere le porte a un immigrato che ha soldi da spendere? Allah: «Se cerco casa in Italia
mi rivolgo a Gabetti»
LA MECCA - Scantinati presi in prestito assediati da leghisti rabbiosi,
capannoni pericolanti, piazzali concessi a malincuore dai comuni: un dio
rispettabile non può e non vuole ricevere i fedeli in questo modo. Dalla
sua fastosa residenza ufficiale in Arabia Saudita, Allah, il dio degli
immigrati magrebini ma anche degli sceicchi multimiliardari, invia un
messaggio seccato alle autorità italiane. «La campagna anti-moschee che
tanto vi agita è del tutto fuori luogo - scrive -. Non ho nessuna
intenzione di aprire una rete di uffici in Italia. A differenza del vostro
Dio, non ho bisogno di far costruire templi ovunque per ricordare ai
musulmani che esisto. Abito nei loro cuori e in una dignitosa moschea a
Roma, nel cuore dei Parioli, e mi trovo benissimo. Fra l'altro io non mi
devo nemmeno preoccupare di sistemare un figlio, uno Spirito Santo e
migliaia di santi e martiri che se non hanno almeno una cappella mi fanno
il broncio. Mettiamo le cose in chiaro: sono abbondantemente provvisto di
mezzi, e se mi salta il ticchio di mettere sù casa in Italia, non chiedo la
carità, ma mi rivolgo a un'agenzia immobiliare seria». E, tanto per
rassicurare il cardinal Biffi, Allah smentisce del tutto l'esistenza di un
progetto per islamizzare gli italiani: «Per carità. Non saprei che farmene.
Dal punto di vista religioso sono una massa di cialtroni, gli costa fatica
andare a messa una volta a settimana, figuriamoci se devono inginocchiarsi
cinque volte al giorno verso la Mecca. E poi sempre lì a chiedere grazie e
miracoli, mai una volta che ringrazino per ciò che hanno già». Il messaggio
di Allah si conclude con espressioni di solidarietà ed affetto ai
seicentomila musulmani nel nostro Paese: «Coraggio. Non siete la minoranza
più debole e discriminata in Italia. Pensate ai laici: saranno al massimo
duemila, non contano nulla, non hanno un posto dove riunirsi e sono
perseguitati da tutti».
Salve regina: pieno successo per il tour italiano dei reali inglesi Elisabetta si congeda:
«Arrivederci Spagna»
MILANO - Un commosso «adios a todos», e la coppia regale ha preso il volo.
Si è conclusa così la visita ufficiale di Elisabetta II e del principe
Filippo, una tre-giorni densa di impegni e di incontri che hanno consentito
agli augusti ospiti di scoprire un'Italia affascinante, molto diversa da
come se l'aspettavano. A cominciare dal cordialissimo incontro con il Capo
dello Stato e consorte: «Ho trovato Juan Carlos e Sofia alquanto
invecchiati - ha confidato la sovrana inglese ai suoi accompagnatori -. E
anche molto rimpiccioliti. Però con l'età sono diventati due gran
simpaticoni». Il menu del pranzo al Quirinale ha totalmente soddisfatto
Filippo di Edimburgo, che temeva di dover snocciolare la frase costatagli
tre mesi di studio assiduo con un insegnante privato a Buckingham Palace:
«No gazpacho por mi, gracias». Frase che però, qualche ora dopo, in
Vaticano, gli ha consentito di colmare un imbarazzante vuoto nella
conversazione con Giovanni Paolo II. Con il Pontefice Elisabetta ha
conversato riguardo alle condizioni della capitale: «E' molto tempo che
manco da Madrid. A cosa si devono tutte queste nuove rovine romane nel
centro cittadino?» Meno entusiasmante ma ugualmente piacevole la tappa
milanese, con l'esclusivo concerto diretto da Riccardo Muti in una Scala
gremita di Vip. Al termine dell'esecuzione la regina è andata a
congratularsi personalmente con il grande direttore: «Ho visto che se la
cava benino anche con la musica - gli ha detto -. Un vero peccato che il
toro fosse indisposto». Ultimo impegno dell'agenda, il pranzo con i vertici
di Assolombarda, il cui presidente ha sottolineato il ruolo dell'Italia
come punto d'incontro fra Mediterraneo ed Europa. Elisabetta ha trovato il
discorso estremamente interessante: «Molto gentile da parte sua lodare i
vostri vicini italiani. Le prometto che visiterò l'Italia appena
possibile».