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  PAGINATRÉ 2002
Bassezza reale: slitta ancora il rientro degli ex-sovrani
I Savoia: «No al giuramento di fedeltà alla grammatica italiana»

GSTAAD (SVIZZERA). Pur di essere riammessi sul sacro suolo della patria avevano ceduto su tutto: niente pretese al trono, lealtà verso la Repubblica e le sue istituzioni. Ma la buona volontà di Casa Savoia si è fermata davanti all'ultima richiesta avanzata da Roma: smettere di parlare come Tartufòn e decidersi a spiccicare un italiano decente. In effetti, il giuramento del principe Emanuele Filiberto, stilato in dieci giorni con l'aiuto di tre maestri privati, due maggiordomi e un normografo, «Jurons fidelità ala Republique italienna e al suo presidonte Sciampì, parché ce piaceresse tonto de returnare al nostro paìs», è stato giudicato lodevole sotto il profilo diplomatico, ma dal punto di vista grammaticale aveva suscitato qualche perplessità.
Le carenze linguistiche degli ultimi Savoia potrebbero essere scambiate per amari ma inevitabili frutti di mezzo secolo d'esilio elvetico, se anche i loro antenati non si fossero segnalati per un'inguaribile ostilità all'idioma patrio. Nel 1861 Vittorio Emanuele I, alla notizia che come re dell'Italia unita avrebbe dovuto abbandonare il dialetto piemontese per l'italiano, scrisse terrorizzato agli Asburgo, ai Borboni e al Papa scongiurandoli di riprendersi le loro terre; suo figlio Umberto I si rifiutò di imparare una sola parola, e comunicava solo attraverso impercettibili movimenti dei suoi folti mustacchi, che la regina Margherita traduceva per l'interlocutore. Fu la scarsa padronanza dell'italiano di Vittorio Emanuele III, insieme alla sua nota tirchieria, ad aprire le porte al fascismo: pur di togliersi di torno senza pagarlo in contanti il maestro elementare Benito Mussolini, che da anni gli dava inutilmente lezioni private di ortografia, lo mise a capo del governo. Non c'è da stupirsi che nel 1938 il sovrano firmasse ad occhi chiusi le leggi razziali; piuttosto c'è da meravigliarsi che sia riuscito a scrivere «Vittorio Emanuele» senza errori.
Col secco rifiuto di imparare l'italiano, gli eredi Savoia rischiano di giocarsi per sempre la possibilità di rientrare nel nostro Paese. Perfino i loro sponsor più entusiasti in Parlamento allargano le braccia: «Finché si tratta di cancellare qualche articolo della Costituzione, pazienza - spiega l'onorevole Schifani di Forza Italia - ma per abolire tutte le leggi della sintassi, della grammatica e dell'ortografia e adottare come lingua ufficiale italiana la parlata franco-svizzera, ci vorranno degli anni».

 Clicca qui per leggere lo speciale "I Savoiardi", dedicato al ritorno in Italia degli ex regali sabaudi.

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