Bassezza reale: slitta ancora il rientro degli ex-sovrani
I Savoia: «No al giuramento di fedeltà
alla grammatica italiana»
GSTAAD (SVIZZERA). Pur di essere riammessi sul sacro suolo della patria
avevano ceduto su tutto: niente pretese al trono, lealtà verso la
Repubblica e le sue istituzioni. Ma la buona volontà di Casa Savoia si è
fermata davanti all'ultima richiesta avanzata da Roma: smettere di parlare
come Tartufòn e decidersi a spiccicare un italiano decente. In effetti, il
giuramento del principe Emanuele Filiberto, stilato in dieci giorni con
l'aiuto di tre maestri privati, due maggiordomi e un normografo, «Jurons
fidelità ala Republique italienna e al suo presidonte Sciampì, parché ce
piaceresse tonto de returnare al nostro paìs», è stato giudicato lodevole
sotto il profilo diplomatico, ma dal punto di vista grammaticale aveva
suscitato qualche perplessità.
Le carenze linguistiche degli ultimi Savoia potrebbero essere scambiate per
amari ma inevitabili frutti di mezzo secolo d'esilio elvetico, se anche i
loro antenati non si fossero segnalati per un'inguaribile ostilità
all'idioma patrio. Nel 1861 Vittorio Emanuele I, alla notizia che come re
dell'Italia unita avrebbe dovuto abbandonare il dialetto piemontese per
l'italiano, scrisse terrorizzato agli Asburgo, ai Borboni e al Papa
scongiurandoli di riprendersi le loro terre; suo figlio Umberto I si
rifiutò di imparare una sola parola, e comunicava solo attraverso
impercettibili movimenti dei suoi folti mustacchi, che la regina Margherita
traduceva per l'interlocutore. Fu la scarsa padronanza dell'italiano di
Vittorio Emanuele III, insieme alla sua nota tirchieria, ad aprire le porte
al fascismo: pur di togliersi di torno senza pagarlo in contanti il maestro
elementare Benito Mussolini, che da anni gli dava inutilmente lezioni
private di ortografia, lo mise a capo del governo. Non c'è da stupirsi che
nel 1938 il sovrano firmasse ad occhi chiusi le leggi razziali; piuttosto
c'è da meravigliarsi che sia riuscito a scrivere «Vittorio Emanuele» senza
errori.
Col secco rifiuto di imparare l'italiano, gli eredi Savoia rischiano di
giocarsi per sempre la possibilità di rientrare nel nostro Paese. Perfino i
loro sponsor più entusiasti in Parlamento allargano le braccia: «Finché si
tratta di cancellare qualche articolo della Costituzione, pazienza - spiega
l'onorevole Schifani di Forza Italia - ma per abolire tutte le leggi della
sintassi, della grammatica e dell'ortografia e adottare come lingua
ufficiale italiana la parlata franco-svizzera, ci vorranno degli anni».