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  INTERVISTA A PKD SU "BLADE RUNNER"
Il racconto di Dick da cui fu tratto BLADE RUNNER è edito da Fanucci Un'intervista a Philip K. Dick è, a tutti gli effetti, un evento. Non si tratta, tuttavia, della traduzione di un'intervista unica, rilasciata a un giornalista soltanto. Grazie al potere enciclopedico e ubiquitario dei siti dedicati a questo genio della sci-fi, è stato possibile collezionare diverse dichiarazioni, tratte da differenti interviste rilasciate dall'autore durante la lavorazione di Blade Runner. PKD non riuscì a vedere ultimata la pellicola. Un infarto lo stroncò poco prima che il montaggio venisse terminato. Tuttavia la sua consulenza fu fondamentale per la realizzazione del film, che, come riconobbe lo stesso Dick, mette in scena esattamente l'immagine del futuro che l'autore aveva in mente al momento della stesura del romanzo.

PKDDo Androids dream of Electric Sheep?, il classico della fantascienza da cui è stato tratto Blade Runner, è stato pubblicato per la prima volta nel 1969.

Posso dire che, davvero, il mondo di Blade Runner è dove io realmente vivo. E' dove io penso realmente d'essere. E non credo che sarà una realtà privata e intimistica, nel prossimo futuro. Sarà il luogo in cui vivrà il genere umano. Già oggi, a dire il vero, è questo mondo: un mondo talmente potente che i suoi spettacoli non sono distinguibili dalla realtà effettiva.

E' un mondo sporco, non soltanto moralmente.

E' vero. E' per questo che il mondo di Blade Runner ha il potere di attrarre in modo potente l'attenzione dello spettatore: è, in tutto e per tutto, il suo mondo, il suo mondo storico. Non si tratta di un modellino sterile e asettico realizzato in base alle proiezioni sociologiche dello Smithsonian Institute. No: qui le macchine usano benzina, sono sporche di smog, la gente mangia cibo unto, piove in continuazione... E' tutto estremamente convincente.

Folle che invadono una metropoli sterminata.

Esatto. Ogni persona, sia in Blade Runner sia nel mondo attuale, sembra essere totalmente assorbita da affari propri, mentre s'aggira per le strade della metropoli in cui vive. Guardali: chi sono? A cosa pensano? Dove stanno andando? Che vita fanno? E' una curiosità inesauribile che ti cattura, quando pensi al genere di vita, complessa e organizzata, che si conduce nelle grandi metropoli. Cosa c'è dietro quella porta? E dietro quella finestra illuminata? Soltanto impressioni, ecco quello che ottieni: la storia intera, nei suoi particolari, continuerà a sfuggirti.

E' un futuro tenebroso, quello di Blade Runner.

Grazie a Dio, se ci sarà un futuro! Basti pensare che in 45 anni sono stati scaricati 47.000 barili di materiale radioattivo e di rifiuti nucleari, nell'Oceano Pacifico. Siamo andati a minare la catena naturale alterandola alle origini. Noi, gli avvelenatori della natura, dobbiamo essere, al tempo stesso, i guardiani garanti dell'integrità della biosfera. E questa che pensavo essere una situazione ipotetica, per quanto tragica, è, di fatto, una realtà attualissima.

Una delle invenzioni più affascinanti del tuo romanzo è il test empatico di Voight-Kampff.

Anche questa è un'invenzione che credo sia già realizzata fin d'ora. Si tratta di un test che va ad indagare livelli intellettivi che trascendono l'intelligenza razionale - ma che sono ancora forme d'intelligenza. Non si tratta di una nozione molto distante da quella d'inconscio. Ciò che il test scandaglia, nel replicante, è la capacità empatica d'identificazione con gli altri. In fondo, si tratta di una verità ultima: il legame specifico che unisce umano a umano, e che fonda la pietà.

E' il tema centrale del romanzo e del film.

Sì. L'obbiettivo era proprio questo: Deckard, nella sua opera di cacciatore ed eliminatore dei replicanti, va disumanizzandosi in maniera inversamente proporzionale a quanto vanno umanizzandosi i replicanti. Alla fine, Deckard deve domandarsi il senso di quanto sta facendo e quale sia l'effettiva differenza tra lui e i replicanti - e, se non c'è differenza tra lui e loro, la questione diventa: chi è Deckard, dunque?

Soddisfatto degli attori prescelti per vestire i panni dei personaggi del romanzo?

Rutger Hauer mi ha impressionato, nei panni di Batty. E' non solo perfettamente coincidente con l'immagine che mi ero fatto di Batty, scrivendo, ma è molto più "vero"... Anche Sean Young è perfetta. E Harrison Ford, poi, è più "Deckard" di quanto io possa avere mai immaginato. Dico che è incredibile. La prima volta che l'ho visto nei panni di Deckard, mi sono detto: Deckard esiste! E ora, grazie all'interpretazione di Harrison Ford, esisterà sul serio, si radicherà nell'immaginario collettivo.

  di Giuseppe Genna
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   data: 27 nov 2001 protezione contenuti: non attiva Aiuto  

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