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Dal bellissimo speciale a cura di Carlo Pagetti pubblicato su Futuro News nel sito di Fanucci, ricaviamo alcuni estratti della splendida intervista che Daniel DePrez fece all'autore americano nell'anno 1976. È una conversazione a ruota libera, un autoritratto dettagliatissimo e nitido, in cui Dick racconta se stesso, le sue visioni, le sue fedi, l'attività di scrittore e di intellettuale nell'accezione profetica, messianica e visionaria attribuitale da Philip Dick...
Com'è che lei ha scoperto l'I Ching con tanto anticipo rispetto alla maggioranza degli americani? Be' m'interessava Jung, e Jung aveva scritto l'introduzione alla traduzione di Wilhelm Baines, quindi mi sono procurato il libro per leggermi l'introduzione. Dopo averla letta ho iniziato a interessarmi all'I Ching, anche se non mi sentivo assolutamente attratto dalla sinologia... sì, quel libro mi ha coinvolto subito e ho cominciato ad usarlo. Lo stesso discorso vale per Il Libro Tibetano dei Morti, di cui sempre Jung scrisse l'introduzione. In che anno, questo?
Oh... nel 1960. C'è un motivo per cui le ho fatto questa domanda. In L'Occhio nel Cielo, mentre i personaggi sono nel mondo mentale di Arthur Sylveter, il direttore del personale del centro ricerche deve consultare un libro oracolo per decidere se assumere o meno il personaggio principale, e questo mi ha ricordato moltissimo l'I Ching. Non avevo mai sentito parlare dell'I Ching allora. Fino al 1960 non conoscevo quel libro. Solo una strana coincidenza, dunque? Solo una coincidenza. Anzi, è la prima volta che ci penso, ora che lei me lo fa notare. Forse è un altro esempio di... vede, Paul Williams mi ha dedicato un articolo su Rolling Stone in cui diceva che io sono un precognitivo... be', forse allora è un esempio di precognizione anche questo. Buon Dio! (A questo punto la lattina d'aranciata di Philip K. Dick si sposta sul tavolo di una decina di centimetri). Una cosa simile l'ho vista solo un paio di volte. La mia lattina d'aranciata si è semplicemente mossa da sola per levitazione. Ad ogni modo, una delle cose che ho notato è che quando scrivo un libro... voglio dire, non so se sono precognitivo o meno, ma ho notato che quando scrivo un libro molto spesso gli eventi della mia vita finiscono per assomigliare, poi, a quelli descritti nel romanzo. È un fatto assolutamente vero che per me ha assunto aspetti abbastanza spiacevoli, spaventosi direi. Per esempio, io ho scritto Le Tre Stimmate di Palmer Eldrich senza avere mai visto l'LSD prima d'allora, senza aver mai visto nessuno prenderlo e senza aver letto molto in proposito... forse solo un articolo di Huxley, una di quelle sue cosette romantiche dove ti racconta dell'acido come della chiave magica che ti apre tutte le porte della percezione e via dicendo. A quanto pare non gli è mai capitato uno di quei viaggi terrificanti. Be', Paul Williams non voleva proprio credere che io avessi scritto il libro senza basarmi su alcuna esperienza con l'LSD, e ha controllato in giro prima di essere disposto a crederlo. Poi, per esempio, ha scoperto che scrivo un libro e dopo un anno, o giù di lì, incontro una ragazza che ha lo stesso nome della ragazza del romanzo, la stessa età e molti altri punti in comune. Vede, mi è capitato di conoscere una certa Cathy di diciannove anni che aveva un amico ispettore di Polizia ed aveva una strana relazione con lui... lui la lasciava stare per cavarle delle informazioni. È esattamente quello che succede in Episodio Temporale, dove un'altra Cathy aveva questa strana relazione con l'ispettore McNulty. Non so proprio come spiegare questi particolari, sono... sono una cosa davvero inquietante, misteriosa. Sia la ragazza vera che quella immaginaria avevano questo amico ispettore che la teneva in pugno per ottenere delle informazioni. Forse Paul Williams ha ragione riguardo questa faccenda dell'essere precognitivo. Stavo proprio per chiederle se aveva mai incontrato uno dei suoi personaggi. Per esempio, dopo aver scritto La Svastica sul Sole non ha mai incontrato Mr. Takgomi? No, mai. E certamente mi sarebbe piaciuto incontrarlo, dato che quel personaggio mi piaceva parecchio. La Svastica sul Sole è stata un'opera anomala per me. Io avevo rinunciato a scrivere, allora. Avevo effettivamente deciso di smettere e stavo aiutando mia moglie nel campo della gioielleria. Ma non ero felice. Lei mi lasciava da fare le cose più merdose, così io decisi di fingere che stavo scrivendo un libro dicendole: "Bene, sto scrivendo un libro molto importante", e per rendere il tutto convincente mi misi effettivamente al lavoro alla macchina da scrivere. Non avevo appunti, non avevo niente in testa, solo quell'idea che già da anni volevo buttare per iscritto, dove la Germania e il Giappone avevano sconfitto gli Stati Uniti. Così mi sono seduto a scrivere solo per tirarmi fuori dalla gioielleria e questo è il motivo per cui la gioielleria recita un ruolo di primo piano nel romanzo. Senza alcun abbozzo, poi, non sapevo assolutamente come si sarebbe sviluppato, e allora ho usato l'I Ching. Prevede di farne un uso massiccio in qualche altro libro, come è stato per La svastica sul sole? No, assolutamente, perché l'I Ching mi ha tradito alla fine del libro e non mi ha aiutato a risolverlo. È questo il motivo di quel finale così in sospeso. Durante il romanzo ho seguito con fiducia gli esagrammi che mi forniva, ma quando si è trattato di finire ecco che l'I Ching mi ha piantato completamente in asso. E dal momento che non avevo appunti, non avevo un intreccio definito, una struttura di base, mi sono trovato in una situazione terribile e ho cominciato ad accorgermi per la prima volta di un qualcosa riguardo l'I Ching. Vale a dire che l'I Ching ti conduce tranquillamente fino ad un certo punto, dandoti le informazioni che tu vuoi sentire, o ti aspetti di sentire, o che ti sembrano sensate e profonde, e poi, arrivati a quel punto, quando tu sei disposto a fidarti e a credere, ecco che ti arriva il colpo di grazia sotto forma delle informazioni più sbagliate e ostili. In altre parole ti frega, ti lavora ai fianchi e poi ti piazza la botta decisiva. Non uso più quel libro, adesso. Lo considero proprio uno spirito maligno, e raccomando assolutamente alla gente di non usarlo per prendere decisioni importanti basandosi sulle sue divinazioni. Più la decisione è importante, più quel libro tende a passarti una risposta che finirà per introdurre una tragedia nella tua vita. E lo dico dopo averlo usato per anni e anni, e intensamente. È un oracolo bugiardo, che parla con lingua biforcuta. Nel suo articolo, Paul Williams dice che lei non prende più anfetamine, ma che quando scrive il suo corpo presenta le stesse reazioni. Sì, è vero. Ho fatto delle analisi all'Hoover Pavillon Hospital di Stanford e mi hanno detto che le prendevo solo per una compensazione psicologica, dato che le analisi del sangue avevano dimostrato che le anfetamine non mi arrivavano mai al cervello. Sono rimasti sconcertati dal fatto che le prendessi, dato che in pratica non mi facevano effetto. Io allora ho smesso di farne uso. Ad ogni modo lavoro come quando le prendevo. Lavoro a un ritmo pazzesco, poi crollo di peso e dormo letteralmente per giorni interi, il ciclo è lo stesso insomma, ma le anfetamine non c'entrano più [...]. Riuscirebbe a scrivere seguendo un altro sistema di lavoro, o le piacerebbe farlo, almeno? Se comincio un libro mi piace andare fino in fondo, così è più probabile che vi sia una continuità autentica. Non potrei mai adottare quegli altri sistemi di chi scrive dieci pagine al giorno, dalle 9 alle 5. No, se sei in vena, lo sei e basta. Se ti senti caldo, ti metti a scrivere finché crolli. In caso contrario potresti anche star seduto alla macchina per sempre. Così, se io mi sento in vena, scrivo. Prima di scrivere il romanzo in dodici giorni ho preso appunti per 30 mesi, prima di riuscire a iniziare. Per 30 mesi non mi riusciva di trovare l'ispirazione per il romanzo; nell'istante stesso in cui l'ho trovata, ho finito tutto in dodici giorni. Se potessi, io non dormirei nemmeno mentre sto lavorando a un libro, perché se sei caldo non dovresti mai fermarti. E se mi interrompono divento isterico, anzi immagino che questo sia il motivo per cui la mia ragazza se ne sta andando. Ho delle sfuriate di rabbia terribili, se mi interrompono, come succedeva a Beethoven. No, questo è senz'altro l'unico modo che io conosca per scrivere. Crede che la fantascienza abbia uno scopo che si spinge al di là del semplice divertimento? Dipende da che significato si dà alla parola divertimento. Alcuni possono trovare piacevole un quartetto di Beethoven, ma se arriva uno a cui piace Jimi Hendrix, be', è difficile che sia dello stesso parere, e gli sarà difficile credere che per te sia piacevole ascoltare il quartetto di Beethoven. Bisognerebbe inoltrarsi nell'aspetto semantico a questo punto: cosa si intende con la parola "divertimento"? Una cosa che risulta interessante e affascinante è certamente divertimento. Eppure, si potrebbe definire "Il Paradiso Perduto" di Milton come appartenente alla sfera del divertimento? È un'opera ricreativa o è un poema? Voglio dire, a me piace leggerlo. Quindi suppongo che dovrei dire che lo trovo piacevole e ricreativo. Se lei intende invece "La fantascienza ha uno scopo didattico?"... un messaggio nel senso borghese del romanzo come 'romanzo che racchiude un insegnamento', che ha una sua morale da insegnare, che migliora il lettore e lo aiuta ad essere una persona migliore... se è in questo senso, allora rispondo di no. Non ho mai accettato questo concetto borghese che il romanzo deve avere uno scopo didattico, assolutamente, e questo vale per tutta la letteratura, non solo quella fantascientifica. No, io credo che l'estetica debba essere separata dalla morale. se uno osserva la volta della Cappella Sistina può chiedersi "Questo fa di me una persona migliore, o mi piace semplicemente guardarla?". Un borghese risponderà sempre che quella cosa lo rende una persona migliore, dato che è portato a pensare immancabilmente in termini di auto-miglioramento, mentre un artista seguirà l'ottica dell'estetica. Così un membro della borghesia dirà che un buon libro è un libro che ti rende migliore; il tipo artistico, che bada all'estetica, sosterrà invece sempre che i valori estetici sono già del tutto esaustivi intrinsecamente, sono già valori finali di per sé. Per fare un ultimo esempio, prendiamo alcuni quartetti di Beethoven del terzo periodo: il numero 13,14, 15 o il 16. Non credo che qualcuno sia in grado di dimostrare che l'ascolto di uno di questi quartetti renda una persona migliore. Non contengono assolutamente alcun messaggio dato che sono astratti, quindi si è costretti ad ammettere che li si ascolta perché ci si sente in un certo senso costretti da... da una specie di imperativo per cui si dovrebbe ascoltare la buona musica, oppure perché piacciono... e in questo caso si ritorna al discorso del 'divertimento'. Io credo che quello che dobbiamo fare sia ridefinire il termine, ampliandolo in modo che includa anche il godimento delle opere estetiche veramente belle, nel qual caso non penso che la fantascienza necessiti di ulteriori scopi. [...] Ieri è morto il presidente Mao ed io ho sentito come se mi, avessero strappato via un pezzo dal corpo, e non sono un comunista. Quell'uomo è stato uno dei più grandi maestri, poeti e leader che siano mai esistiti, eppure non vedo nessuno che vada in giro con un'espressione particolarmente infelice. Io alle sette di mattina ho svegliato la mia ragazza, gridando: "È morto il presidente Mao", e lei mi fa: "Oh, dio, pensavo che avessi detto che era morta Sharon", che è una sua amica. Così, vede, io credo che più o meno sarebbe la stessa cosa. Credo che se mai ci fosse qualche reazione, sarebbe la stessa cosa, sarebbe una cosa minima... no, non credo proprio che scoprire la vita su Marte avrebbe qualche effetto sulla gente. La gente non ha più alcun criterio per valutare l'importanza delle cose. Secondo me l'unica cosa che potrebbe realmente suscitare una reazione nella gente sarebbe l'annuncio che il mondo sta per essere spazzato via dalla bomba H. Sì, solo in un caso del genere si vedrebbe una reazione. Se si scoprisse la vita su Marte la gente forse proverebbe un certo piacere, ma si stancherebbe prestissimo della novità. Ho parlato con un soldato negro che nella seconda Guerra Mondiale aveva liberato con un battaglione americano un campo di sterminio. Lui ha visto gli internati con i suoi stessi occhi, dunque, e mi ha detto: "Non ci credo. L'ho visto, ma non ci credo, non ho mai creduto a quello che ho visto là. Credo che ci fosse qualcosa che noi non sappiamo. Io non credo che li stessero uccidendo". Gli internati stavano ovviamente morendo di fame, ma lui ha continuato dicendo: "Anche se ho visto quel campo, anche se sono stato uno dei primi ad entrare là dentro, non credo davvero che stessero uccidendo quegli uomini a milioni. Non so perché, ma anche se sono stato uno dei primi a vedere quella scena orribile, semplicemente non credo a quello che ho visto". Io penso che qui stia il nocciolo della questione. Forse è proprio quello il momento in cui è iniziato tutto... con gli stermini di massa, quando la gente faceva paralumi e cinture di pelle umana. In seguito non c'è più stato molto in cui credere o meno, e non aveva più molta importanza quello che uno credeva o no. Secondo me la realtà, come capita nei miei libri, è sempre una bolla di sapone... la gente penetra con le mani nelle pareti e scopre che si vive in un altro secolo. Questa è una sensazione che ho sempre avuto, fin da quando ho cominciato a scrivere nel '51. Se io scoprissi che questo edificio, questo appartamento in cui sediamo ora, è tutta una messinscena, una finzione... e se scoprissi che intelligenze extraterrestri ci stanno guardando attraverso soffitti unidirezionali, be', credo che rimarrei sbalordito per qualche minuto, ma che riuscirei quasi subito a superare lo stupore iniziale. E questo cosa significa? Significa che una scoperta simile non influenzerebbe il mio equilibrio in maniera permanente. Ci sarebbe sì uno stato di shock iniziale, ma io spesso ho la sensazione... e nei miei libri appare chiaro... che tutto questo è solo uno stadio momentaneo. E questo succede nel mio ultimo libro per la Bantam. C'è questo tipo, un uomo comune come noi, e improvvisamente il satellite orbitante intorno alla Terra gli rivela che si è nel 70 dopo Cristo, che l'epoca effettiva è il primo secolo d.C.... gli rivela che tutto ciò che lui vede è solo una pomposa messinscena sotto cui si cela l'Impero Romano, che l'Impero Romano è ancora al potere e che dall'anno 70 non è successo realmente nulla, solo ulteriori strati di trucco sulla situazione reale. E il protagonista deve affrontare questo problema, deve affrontare la tirannide che in realtà è quella dell'Impero Romano. Io riconosco che per metà almeno ci credo. In altre parole, dato che una categoria come quella del tempo è quasi impossibile da definire e forse è illusoria, forse è illusorio anche il cambiamento. Forse siamo nel 70 dopo cristo, forse viviamo ancora sotto l'Impero Romano. Forse stiamo solo continuando a mascherare la realtà sotto ulteriori strati di trucco, in modo da pensare che ci siano stati tutti questi cambiamenti, mentre invece non è vero... e via di seguito. Se qualcuno dovesse chiedermi: "Quanto c'è di reale in questo libro, e quanto di fittizio?" Ebbene, non sarei proprio in grado di rispondere. Ho una fortissima sensazione che noi ci troviamo in una specie di labirinto costruito per noi. Che ci stiamo mettendo alla prova in questo labirinto, che ci stiamo valutando, mettendoci di fronte a qualche ostacolo di tanto in tanto e stilando delle tabelle, come per cronometrare i nostri risultati. Sì, è una sensazione davvero fortissima in me, quindi niente mi sorprenderebbe davvero. Mi sento come se la casualità avesse cessato di esistere. Da quando ho letto la dimostrazione di Hume sulla causalità vista come mera abitudine, ho avuto l'impressione che quelle che noi riteniamo ferree catene di eventi non siano altro che semplici abitudini, semplici sequenze, progressioni di fatti per nulla fissi in una rigidità immutabile. Ricordo di aver letto su Rolling Stone che Brahman attraversa due cicli: in uno dorme, nell'altro danza. Noi pensiamo di trovarci nella parte in cui Brahman è sveglio e danza, ma in realtà è il contrario. Brahman si sta svegliando e, quando si sveglierà, questo mondo che sta sognando scomparirà. Ci troviamo in uno stadio cruciale perché al risveglio questo mondo di sogno comincerà a dissolversi sotto i nostri occhi. E quando ripenso a queste cose, mi accorgo che in fondo l'idea basilare di tutti i miei libri è proprio questa. Ovvero trattano tutti il punto in cui Brahman si sta svegliando? Esatto, esatto. Il nostro è ormai uno stadio cruciale, poiché Brahman non è completamente addormentato, ma si sta risvegliando. Credo che questo sia un periodo decisivo dopo duemila anni di storia; credo che sia già iniziato un titanico procedimento di rivelazione all'uomo... una rivelazione intesa a mostrargli che cosa egli sia, da dove venga e quale sia il suo ruolo, e ritengo che ciò sia strettamente collegato al fatto che Brahman si sta svegliando. Perché se Brahman dorme, anche noi dormiamo. Tutto dorme, poiché non v'è nulla che non sia parte di Brahman. E quando anche noi siamo costretti a svegliarci, ecco che anche noi ricordiamo improvvisamente chi siamo realmente, da dove veniamo, e... Io credo davvero in queste cose che si trovano tutte nel mio nuovo libro, e so che la redazione della Bantam vorrà che spariscano. il loro redattore capo mi dirà: "Phil, non capisco. Si direbbe che tu creda veramente in questa roba. È così? " E allora io dovrò rispondergli: "Ebbene, quando l'uomo bianco dice salta, io salto." Ma il punto cruciale della faccenda è un altro... Nel mio libro, il personaggio principale ricorda improvvisamente cose lontane duemila o tremila anni -- e questo grazie al satellite -- e ricorda quindi le proprie origini, che non sono terrestri ma iperstellari. E io credo onestamente in questo. Nella religione Orfica greca esisteva un mistero che si poteva apprendere e che faceva recuperare la "memoria"; si chiamava anamnesis, che significava perdita dell'amnesia. Si potevano ricordare le proprie origini, ed esse puntavano oltre le stelle. Non tutti furono così fortunati, allora, ma io penso che ormai sia giunto il tempo in cui una simile memoria possa ritornare all'uomo. Ricordi lontanissimi e sepolti in ognuno di noi, strettamente collegati al concetto dell'inconscio collettivo di Jung. Conosceremo allora con esattezza il nostro ruolo, e quale dovrà essere il nostro comportamento: sarà senz'altro qualcosa che terrorizzerà i fanatici di Gesù Cristo, e probabilmente anche gran parte dei cristiani... benché io stesso mi ritenga un fervente cristiano. Credo che scopriranno di aver adorato oggetti ricoperti da loro stessi di stagnola per attirare altri oggetti... Non credo che potremo saperne di più finché l'anamnesis non avrà fatto il suo effetto in modo completo, ma quando ciò accadrà potremo assistere ad un grande giro della ruota cosmica per l'umanità, e per l'universo. Mi sento molto ottimista in proposito, e credo che sarà una cosa terribilmente eccitante. Sebbene poi io rifiutassi la droga e non ne consigli di certo l'uso, credo che alcune delle persone che hanno provato l'LSD abbiano sperimentato anche un briciolo di tale situazione nuova. E penso che ci fosse anche qualcosa di valido in quanto Huxley sosteneva a proposito delle soglie della percezione. Anche Castaneda, poi... come tutta la gente che ha lavorato sulle droghe simili alla mescalina. Esiste una realtà molto prossima alla nostra, una realtà diversa che ormai punzecchia la nostra e che probabilmente farà irruzione molto presto. Toccherà a noi irrompere dentro di essa, o toccherà ad essa fare irruzione in mezzo a noi. Noi scopriremo allora un... che ci troviamo in un mondo che possiede più dimensioni di quelle che avevamo immaginato. Questo dovrebbe indicare che io considero la mia narrativa più affine alla realtà che alla fantasia, e in fondo non credo di averla mai considerata completamente qualcosa di fittizio... nel senso, se non altro, che io ho sempre cercato di annaspare verso una risposta. Una risposta alla domanda "Che cos'è il reale? Che cos'è la realtà?" Ormai ritengo di avere una sia pur vaga idea del 'reale'. E una delle cose che non rientrano nel reale è proprio il tempo: il mutamento e il tempo non sono reali. Il filosofo greco Parmenide è stato il primo a sostenere che l'universo, in realtà, non muta mai. C'è qualche struttura implicita che rimane sempre la stessa. Se soltanto noi potessimo scoprire la natura di questo "schema", e comprenderla... Dev'essere qualcosa di simmetrico, ed è appunto questo che lui è riuscito a dirci: 'Era in qualche modo simmetrica'... [Intervista raccolta il 10 settembre 1976: © by Daniel DePrez, 1976]
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