Quando entrò nell'appartamento, capì immediatamente che lei era fuori di sé. Il viso di Marilyn era contratto e devastato dall'ira; il corpo si era talmente raggrinzito da dare l'impressione che stesse cercando di divorare se stessa. E gli occhi. Erano ben poche le cose di una donna che potevano mettere a disagio Jason, ma quei due occhi ci riuscirono. Perfettamente rotondi, con le pupille dilatate, lo trafiggevano mentre lei se ne stava lì a fissarlo a braccia conserte. Tutto in lei era duro e freddo come l'acciaio.
- Forza, sentiamo - disse Jason, e si mise subito a cercare una posizione di vantaggio. Di solito, anzi praticamente sempre, riusciva a controllare una situazione nella quale fosse coinvolta una donna; in effetti, era la sua specialità. Ma adesso... Si sentiva a disagio. E lei continuava a non aprir bocca. Il viso, sotto il trucco, era completamente esangue, come se Marilyn fosse stata un cadavere rianimato. - Vuoi un'altra audizione? - chiese. - E' questo?
Marilyn scosse la testa facendo segno di no.
- Okay. Dimmi di cosa si tratta. - Jason era stanco ma irrequieto. Però escluse l'inquietudine dalla voce; era troppo astuto, troppo pratico del mondo per permettere a Marilyn di fiutare la sua incertezza. "In un confronto diretto con una donna quasi il novanta per cento è bluff, per entrambe le parti. Dipende tutto da come, non da cosa."
- Ho una sorpresa per te. - Marilyn si girò, scomparve in cucina. Lui la seguì.
- Tu dai ancora la colpa a me perché non hai avuto successo nelle due... - cominciò.
- Ecco qua. - Marilyn sollevò una borsa di plastica dallo scolapiatti, la tenne in mano per un attimo, con il viso ancora esangue e duro, gli occhi fissi e sbarrati; poi aprì la borsa, la fece ruotare nell'aria, si avvicinò velocissima a lui.
Accadde tutto in fretta. Jason indietreggiò d'istinto, ma troppo lentamente e troppo tardi. La spugna avvolgente di Callisto, una specie di massa gelatinosa, lo avviluppò con i suoi cinquanta tubi di suzione, si ancorò al suo petto. E lui sentì subito i tubi penetrargli dentro.
Balzò verso gli armadietti pensili, afferrò una bottiglia di scotch piena a metà, svitò il tappo con dita rapidissime e versò il liquido ambrato sulla creatura gelatinosa. I suoi pensieri erano diventati lucidi, addirittura brillanti. Non si lasciò prendere dal panico, ma restò lì a versare il liquore sulla creatura.
Per un momento non accadde nulla. Jason riuscì a mantenere la calma e a non abbandonarsi al terrore. Poi la cosa si riempì di bitorzoli, si raggrinzì, cadde giù dal suo petto, sul pavimento. Era morta.
Debolissimo, si sedette al tavolo di cucina. Si trovò a lottare per contrastare lo svenimento: alcuni dei tubi di suzione gli erano rimasti dentro, ed erano ancora vivi. - Non male - riuscì a dire. - Mi hai quasi fregato, piccola barbona fottuta.
- Non quasi - ribatté Marilyn Mason in tono piatto, privo di emozione. - Qualche tubo di suzione ti è rimasto dentro, e tu lo sai. Te lo leggo in faccia. E una bottiglia di scotch non li farà uscire. Niente li farà uscire.
A quel punto, Jason svenne. Intravide il pavimento grigioverde corrergli incontro ad abbracciarlo, poi ci fu il vuoto. Un vuoto che non conteneva più nemmeno lui.
Dolore. Aprì gli occhi, si toccò il petto con un gesto automatico. Il suo vestito di seta da sartoria era svanito. Indossava un pigiama di cotone da ospedale ed era sdraiato su una barella. - Dio - disse con le labbra contratte, mentre i due infermieri spingevano il lettino nel corridoio dell'ospedale in tutta fretta.
Heather Hart era china su di lui, ansiosa; ma, come Jason, perfettamente padrona di sé. - Ho capito che qualcosa non andava - gli disse in fretta, mentre gli infermieri lo portavano dentro una stanza. - Non ti ho aspettato sull'aerauto. Sono scesa a cercarti.
- Probabilmente pensavi che fossimo a letto assieme - disse lui debolmente.
- Il dottore - continuò Heather - ha detto che, se fossero trascorsi altri quindici secondi, saresti rimasto vittima della violazione somatica, come la chiama lui. L'ingresso di quella cosa nel tuo corpo.
- La cosa l'ho sistemata - rispose Jason. - Ma non sono riuscito a eliminare tutti i tubi di suzione. Era troppo tardi.
- Lo so. Me l'ha detto il medico. Ti opereranno al più presto. Forse riusciranno a fare qualcosa, se i tubi non sono penetrati troppo in profondità.
- Sono stato bravo nel momento cruciale - sussurrò Jason. Chiuse gli occhi e sopportò il dolore. - Ma non abbastanza. Non del tutto. - Riaprì gli occhi e vide che Heather stava piangendo. - La situazione è così drammatica? - le chiese. Alzò una mano e prese quella di lei. Sentì tutto il suo amore quando Heather gli strinse le dita, e poi ci fu il nulla. A parte il dolore. Ma nient'altro: né Heather, né l'ospedale, né gli infermieri, né le luci. E nessun suono. Era un momento eterno.
La luce riprese a filtrare, come attraverso una membrana di luminescenza rossa. Aprì gli occhi e alzò la testa per guardarsi attorno. In cerca di Heather o del medico.
Era solo nella stanza. Nessun altro. Un cassettone con uno specchio venato da crepe. Vecchie, orribili applique che sporgevano dalle pareti sporche di grasso. E da qualche parte, nelle vicinanze, il suono di un televisore.
Non era in un ospedale.
E Heather non era con lui. Jason sperimentò la sua assenza, il vuoto totale di tutto senza di lei.
"Dio" pensò, "cos'è successo?"
Il dolore al petto era svanito, assieme a tante altre cose. Scosso, scostò la lercia coperta di lana, si mise a sedere, si grattò pensieroso la testa, chiamò a raccolta la sua vitalità.
Si rese conto di essere in una camera d'hotel. Uno schifoso hotel da due soldi, un posto per ubriaconi infestato dalle pulci. Niente tende, niente bagno. Il tipo di albergo in cui aveva vissuto anni addietro, all'inizio della sua carriera. Quando era uno sconosciuto e non aveva soldi. I giorni bui che scacciava sempre dalla memoria come meglio poteva.
Soldi. Si tastò, scoprì di non indossare più il pigiama da ospedale: portava di nuovo il vestito di seta, tutto spiegazzato. E, nella tasca interna della giacca, la mazzetta di banconote di grosso taglio, il denaro che avrebbe voluto giocarsi a Las Vegas.
Se non altro, aveva quello.
Cercò freneticamente con gli occhi un telefono. Ovviamente non c'era. Però, nell'atrio... Ma chi chiamare? Heather? Al Bliss, il suo agente? Mory Mann, il produttore del suo show televisivo? Il suo avvocato, Bill Wolfer? Oppure tutti quanti, e al più presto?
Tremante, riuscì in qualche modo ad alzarsi. Restò a ondeggiare sui talloni, imprecando per ragioni che non capiva. Era prigioniero di un istinto animale. Si preparò, preparò il suo forte corpo di Sei alla lotta. Ma non sapeva distinguere l'antagonista, e questo lo spaventava. Per la prima volta da quanto riuscisse a ricordare, avvertì il panico.
"E' passato molto tempo?" si chiese. Non sapeva dirlo. Sembrava averne perso il senso. Era giorno. Trabi che guizzavano e strepitavano in cielo, oltre il vetro lurido della sua finestra. Guardò l'orologio. Segnava le dieci e trenta. E con ciò? Potevano essere passati mille anni, per quel che ne sapeva. L'orologio non era in grado di aiutarlo.
Ma il telefono gli sarebbe servito. Uscì nel corridoio polveroso, trovò le scale, scese lentamente un gradino dopo l'altro, aggrappandosi al corrimano, finché non si trovò nell'atrio deprimente, deserto, con le vecchie, traballanti poltrone imbottite.
Per fortuna aveva qualche moneta. Infilò un pezzo d'oro da un dollaro nella fessura e fece il numero di Al Bliss.
- Agenzia artistica Bliss - gli rispose la voce di Al.
- Senti - disse Jason, - non so dove mi trovo. Per amor di Dio, vieni a prendermi. Tirami fuori di qui. Hai capito, Al?
Silenzio. Poi, in tono remoto, distaccato, Al Bliss chiese: - Con chi parlo?
Lui ringhiò la risposta.
- Non la conosco, signor Jason Taverner - disse Al Bliss, ancora con la sua voce più neutra. - E' sicuro di avere fatto il numero giusto? Con chi voleva parlare?
- Con te. Al. Al Bliss, il mio agente. Cos'è successo all'ospedale? Come ho fatto a finire qui? Non lo sai? - La marea del panico salì, e Jason lottò per imporsi l'autocontrollo. Costrinse le proprie parole ad assumere un tono pacato. - Puoi metterti in contatto con Heather per me?
- La signorina Hart? - disse Al, e ridacchiò.
- Tu - disse Jason, furibondo - hai finito di essere il mio agente. Punto. Qualunque sia la situazione. Sei fuori.
Al Bliss ridacchiò un'altra volta, e poi, con un clic, la comunicazione si interruppe. Al Bliss aveva riappeso.
"Ucciderò quel figlio di puttana" si disse Jason. "Ridurrò in pezzettini minuscoli quel bastardo di un grassone calvo.
"Cosa sta cercando di farmi? Non capisco. Cos'ha contro di me, così, all'improvviso? Che diavolo gli ho fatto, Cristo santo? E' mio amico e mio agente da diciannove anni. E una cosa del genere non è mai successa.
"Proverò con Bill Wolfer" decise. "E' sempre in ufficio o comunque reperibile. Riuscirò a raggiungerlo e scoprirò cosa accidente ci sia sotto." Infilò una seconda moneta da un dollaro nella fessura e, a memoria, compose un altro numero.
- Studio legale Wolfer & Blaine - gli risuonò all'orecchio la voce di un'impiegata.
- Passami Bill - disse Jason. - Sono Jason Taverner. Hai capito bene chi.
L'impiegata disse: - Oggi il signor Wolfer è in aula. Preferisce parlare col signor Blaine, oppure devo farla richiamare dal signor Wolfer quando rientrerà in ufficio, nel pomeriggio?
- Ma sai chi sono? - chiese Jason. - Sai chi è Jason Taverner? Guardi la tivù? - A quel punto perse quasi il controllo della propria voce; la sentì spezzarsi e salire a un livello acuto. Se ne riappropriò con uno sforzo enorme, ma non riuscì a fermare il tremito delle mani. In realtà, tutto il suo corpo stava tremando.
- Mi spiace, signor Taverner - disse l'impiegata. - Proprio non posso parlare a nome del signor Wolfer o...
- Guardi la tivù?
- Sì.
- E non hai mai sentito parlare di me? Del Jason Taverner Show, alle nove di sera del martedì?
- Mi spiace, signor Taverner. Lei deve conferire direttamente col signor Wolfer. Mi lasci il suo numero di telefono e la farò richiamare in giornata.
Jason riappese.
"Sono impazzito" pensò. "Oppure è impazzita lei. Lei e Al Bliss, quel figlio di puttana. Dio!" Si allontanò distrutto dal telefono, si buttò su una delle poltrone consunte. Stare seduto era una bella sensazione. Chiuse gli occhi e inspirò lentamente, profondamente. E rifletté.
"Ho cinquemila dollari in banconote del governo di grosso taglio" si disse. "Quindi non sono del tutto inerme. E quella cosa è scomparsa dal mio petto, assieme ai suoi tubi di suzione. All'ospedale devono essere riusciti a rimuoverli chirurgicamente. Quindi, se non altro, sono vivo; di questo posso rallegrarmi. C'è stato un salto temporale? Dov'è un giornale?"
Trovò una copia del "Los Angeles Times" su un divano lì vicino, lesse la data: 12 ottobre 1988. Nessun salto temporale. Era il giorno dopo il suo ultimo show. Il giorno dopo il suo ingresso in ospedale, moribondo per colpa di Marilyn.
Gli venne un'idea. Sfogliò il quotidiano finché non trovò la pagina degli spettacoli. Da tre settimane si esibiva tutte le sere nella Sala Persiana dell'Hollywood Hilton. Tranne ovviamente il martedì, per lo show televisivo.
Sulla pagina non c'era la locandina pubblicitaria che la direzione dell'hotel pubblicava dalla metà di settembre. Stordito, pensò che poteva essere stata spostata da un'altra parte. Così passò al setaccio tutta quanta la sezione degli spettacoli. Era piena zeppa di locandine per altri artisti, ma di lui non c'era traccia. E la sua faccia compariva sulle pagine di spettacolo dei giornali da dieci anni. Senza soste.
"Farò un altro tentativo" decise. "Proverò con Mory Mann."
Tirò fuori il portafogli e cercò l'appunto con il numero di Mory.
Il suo portafogli era più sottile del solito.
Tutte le sue tessere d'identità erano scomparse. Tessere che gli permettevano di restare in vita. Tessere che gli facevano superare le barricate di pol e naz senza che gli sparassero o lo sbattessero in un campo di lavori forzati.
"Non riuscirò a vivere due ore senza le mie tessere" si disse. "Non oso nemmeno uscire dall'atrio di questo hotel scalcinato e mettere piede sul marciapiede. Penseranno che sono uno studente o un insegnante fuggito da uno dei campus. Passerò il resto della vita da schiavo, a fare massacranti lavori manuali. Sono quella che chiamano una 'nonpersona'.
"Quindi il mio primo dovere è di restare vivo. Al diavolo Jason Taverner lo show-man. Di questo mi preoccuperò più tardi."
Sentiva che nel suo cervello i potenti componenti-Sei si stavano già mettendo in moto. "Io non sono come gli altri" si disse. "Ne uscirò, di qualunque cosa si tratti. In un modo o nell'altro.
"Per esempio, con tutti i soldi che ho con me posso fare un salto a Watts e comperarmi delle tessere d'identità false. Tante da riempire il portafogli. Devono esserci almeno un centinaio di piccoli falsari che tirano avanti con attività del genere, da quanto ho sentito. Ma non avrei mai pensato di dovermi servire di uno di loro. Non Jason Taverner. Non una star televisiva con un pubblico di trenta milioni di persone.
"Fra di loro" si chiese "non ce n'è nemmeno una che si ricordi di me? Se 'ricordare' è il termine esatto. Sto parlando come se fosse trascorsa un'infinità di tempo, come se fossi un vecchio, una celebrità tramontata che vive di ricordi. E non è questo che sta accadendo."
Tornato al telefono, cercò il numero dell'anagrafe centrale dello Iowa. Con diverse monete d'oro, dopo una lunga attesa, riuscì finalmente ad avere la comunicazione.
- Mi chiamo Jason Taverner - disse all'impiegato. - Sono nato a Chicago, al Memorial Hospital, il 16 dicembre 1946. Vuole per favore darmi conferma e preparare una copia del mio certificato di nascita? Mi serve per una domanda di lavoro.
- Sì, signore. - L'impiegato lo lasciò in linea. Jason aspettò.
- Il signor Jason Taverner, nato il 16 dicembre 1946 nella contea di Cook?
- Sì.
- Qui non risulta nulla per quella persona, in quella data e in quel luogo. E' assolutamente sicuro dei dati, signore?
- Mi sta chiedendo se so come mi chiamo e dove e quando sono nato? - La voce sfuggì di nuovo al suo controllo, ma questa volta si lasciò andare. Stava annegando nel panico. - Grazie. - Riappese. Adesso tremava visibilmente. Nel corpo e nella mente.
"Io non esisto" si disse. "Non c'è nessun Jason Taverner. Non c'è mai stato né mai ci sarà. Al diavolo la carriera. Voglio semplicemente vivere. Se qualcuno o qualcosa vuole fregarmi la carriera, okay, faccia pure. Ma non mi si permette nemmeno di esistere? Non sono mai nato?"
Qualcosa gli si mosse nel petto. Terrorizzato, pensò: "Non hanno estratto del tutto i tubi di suzione. Ce n'è ancora qualcuno che cresce e si nutre dentro di me. Quella maledetta senza alcun talento. Spero che finisca a battere per due dollari a botta.
"Dopo quello che ho fatto per lei. Dopo che le ho procurato due audizioni con gli uomini del settore a&r. Ma che diavolo, me la sono portata a letto tante volte! Probabilmente siamo pari."
Risalito in camera, si guardò a lungo nello specchio incrostato di cacche di mosca. Il suo aspetto non era cambiato, a parte il fatto che doveva radersi. Non era più vecchio di prima. Non c'erano nuove rughe o capelli grigi visibili. Le solite spalle robuste, i bicipiti forti. La vita snella che gli permetteva di portare i vestiti aderenti tanto di moda.
"Ed è un dato importante per la tua immagine" si disse. "Il tipo di abito che sei in grado di indossare, specialmente quelli con la vita stretta. Devo averne una cinquantina. O li avevo. Adesso dove saranno? 'L'uccello è scappato, e in quale radura canta ora?'" Parole uscite dal suo passato, dai giorni di scuola. Che sino a quel momento aveva dimenticato. "E' strano" rifletté "quel che ti viene in mente quando ti trovi in una situazione inusuale e spaventosa: a volte le cose più banali che si possano immaginare.
"'Se i desideri fossero cavalli, i mendicanti potrebbero volare.' Roba del genere. Da impazzire."
Si chiese quanti punti di controllo pol e naz esistessero tra quell'hotel miserabile e il più vicino falsario di Watts. Dieci? Tredici? Due? "Per quel che mi concerne" pensò, "ne basta uno. Un controllo casuale eseguito da un veicolo con tre uomini a bordo. Con quella stramaledetta ricetrasmittente che li collega alla centrale dati di Kansas City. Dove tengono i dossier."
Arrotolò la manica della camicia e studiò l'avambraccio. Sì, eccolo lì: il tatuaggio del suo numero di identità. La sua targa somatica, che doveva portarsi appresso per l'intera vita, che alla fine sarebbe stata sepolta con lui nella tomba.
Quindi, pol e naz del centro mobile di controllo avrebbero comunicato il suo numero d'identità a Kansas City, dopo di che... Cosa? Il suo dossier era ancora lì o era scomparso come il certificato di nascita? E, se non ci fosse stato, cosa ne avrebbero dedotto i burocrati della polizia?
"L'errore di un impiegato. Qualcuno ha sistemato nel posto sbagliato il pacchetto di microfilm che formano il dossier. Salterà fuori. Un giorno o l'altro, quando non avrà più importanza, quando io avrò trascorso dieci anni della mia vita in una miniera lunare, con un piccone in mano. Se il dossier non c'è, presumeranno che io sia uno studente in fuga, perché solo gli studenti non hanno un dossier pol-naz; e persino alcuni di loro, quelli importanti, i leader, ne hanno uno.
"Sono sul fondo del barile della vita. E non posso nemmeno risalire, arrampicarmi di nuovo fino alla semplice esistenza fisica. Io, un uomo che ieri aveva un pubblico di trenta milioni di persone. Un giorno, in qualche modo, troverò la strada che mi riporterà a loro. Ma non ora. Altre cose adesso sono più importanti. Il nudo scheletro dell'esistenza fornito a chiunque all'atto della nascita: io non ho nemmeno quello. Ma l'avrò. Un Sei non è un Ordinario. Nessun Ordinario sarebbe riuscito a sopravvivere, a livello fisico o psicologico, a quello che è successo a me. Specialmente all'incertezza.
"Un Sei, a prescindere dalle circostanze esterne, se la caverà sempre. Perché siamo stati definiti in questo modo a livello genetico."
Lasciò di nuovo la camera, scese a pianterreno e andò al bureau. Un uomo di mezza età, con i baffetti sottili, stava leggendo una copia di "Box". Senza alzare la testa, disse: - Sì, signore.
Jason tirò fuori la sua mazzetta di dollari emessi dal governo, mise una banconota da cinquecento dollari sul banco, davanti al portiere. L'uomo diede un'occhiata, poi guardò meglio, questa volta a occhi sgranati. Quindi alzò uno sguardo cauto e perplesso sul viso di Jason.
- Mi hanno rubato le tessere d'identità - disse questi. - Quei cinquecento dollari sono suoi se mi porta da qualcuno che le possa sostituire. Se ha intenzione di farlo, si sbrighi. Non aspetterò. - "Non aspetterò di essere arrestato da un pol o da un naz" pensò. "Bloccato in questo schifo di hotel scalcinato."
- O sul marciapiede di fronte all'ingresso - disse il portiere. - Ho qualche capacità telepatica. So che questo hotel non è un granché, però non abbiamo pulci. Una volta abbiamo avuto quelle marziane della sabbia, ma niente di più. - Prese il biglietto da cinquecento dollari. - La porterò da uno che può aiutarla - disse. Studiò con aria attenta il viso di Jason, si concesse una pausa, poi aggiunse: - Lei crede di essere famoso. Be', qui ne vediamo di tutti i tipi.
- Andiamo - mormorò con voce roca Jason. - Subito.
- Immediatamente - disse il portiere, e afferrò la sua smagliante giacca di plastica.