Ti sei definita "conflittualista". Che significa?
Che il mio lavoro da artista va in conflitto con l'apatia e con tutte le tendenze che ci rendono passivi rispetto all'oppressione. Anche l'oppressione autoindotta. Penso che il senso principale della mia arte sia spalancare la gabbia, svegliare la gente e anche me stessa, prendere di petto tutto ciò che congiura per renderci inerti e passivi.
E' un lavoro duro al giorno d'oggi, visto il bombardamento di informazioni che colpisce la gente...
La gente in effetti è sottoposta a un bombardamento di distrazioni, come l'ideologia del divertimento che, in veri formati, la acceca di continuo. Tv, film, internet, radio: siamo summersi da un numero di pseudoeventi che ci ruba il tempo anziché farcelo godere, cosicché è impossibile concentrarsi in un'unica direzione. E' un'autentica minaccia. Un pericolo. La gente non riesce ad acquisire coscienza.
E se l'acquisisse? Cosa ne farebbe, la gente, della coscienza?
Conoscerebbe. L'obbiettivo sarebbe la reale conoscenza. Più compassione, meno dati, meno informazione, meno distrazione.
Sei di Rochester. Quando sei sbarcata a New York? E cos'era per te NY?
Sono arrivata nel '76. Era una metropoli gloriosa. Un manicomio di massa. Un negozio di dolciumi di massa. Un porcilaio. Viverci, nel '77, era non solo bellissimo: era molto più facile che adesso. Non si spendeva tanto, e la gente era clamorosamente generosa. Ci sono arrivata, com'è ovvio, per ambizioni creative e per tutto quello che l'arte stava producendo a New York. Non sono andata per abbracciare l'esistente. Io teorizzo la pratica dello stravolgimento di tutto ciò che mi ha preceduto. Alla fine ho lottato persino con ciò che era stabilito che fosse "alternativo" prima che io arrivassi.
Cioè?
Da Patti Smith alla televisione, era già tutto depositato, cristallizzato. Io ho voluto creare qualcosa di completamente distante da tutto ciò che si era già costituito come tradizione.
E quindi che rapporto hai stabilito, ai tempi, con la tradizione punk?
A me il punk non ha mai interessato di per sé. Dipende da cosa intendi con il termine "punk". Può essere una tendenza, una moda. Dipende. Io mi sono sempre percepita come un'anti-punk. Mi hanno associata al punk per i capelli, per come vestivo.
Paradoxia è il tuo capolavoro, a quanto dicono. Che ne pensi?
Come tutti i miei libri, si tratta di non-fiction. Non è un diario. Non è un romanzo. Non è narrativa. E' scritto in uno stile che è mio, unico e inimitabile. Ha per argomento l'orrore sessuale e le sue ripercussioni sul piano psichico. Mi ha aiutato a comprendere le mie personali ossessioni, a circoscriverle e a porvi fine. Parla della natura predatoria: un tema in cui mi è sembrato che una visione al femminile fosse del tutto assente. E tuttavia in questo libro molto del mio disprezzo (non si tratta di pudore o vergogna, sentimenti da me distanti) viene scaricato sulla mia componente maschile, sulle mie tendenze mascoline. Sebbene io goda perfino degli elementi più malsani della mia natura, queste tendenze hanno sempre mandato fuori di testa gli uomini. Questo libro pone fine alle mie esplorazioni psicosessuali, quelle che ho sperimentato negli anni Ottanta.
Impegnativo. Quanto ci hai impiegato?
Duecento pagine. Non una di più.