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CHARLES BAUDELAIRE
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  CHARLES BAUDELAIRE: Poesie
Charles Baudelaire bio Baudline

Corrispondenze

È la Natura un tempio dove a volte viventi
colonne oscuri murmuri si lasciano sfuggire:
tu, smarrito entro selve di simboli, seguire
da mille familiari segreti occhi ti senti.

Come echi lontani e lunghi, che un profondo
e misterioso accordo all’unisono induce,
coro grandioso come la tenebra e la luce,
suoni, colori e odori l’un l’altro si rispondono.

Conosco odori freschi come parvole gote,
teneri come òboi, verdi come giardini;
altri, corrotti e ricchi, attingono remote

espansioni, al di là degli umani confini…
E sono il belzoino, l’ambra, il muschio, l’incenso,
che cantano le estasi dell’anima e del senso.


Tristezze della luna

Nei suoi sogni la luna è più pigra, stasera:
come una bella donna su guanciali profondi,
che carezzi con mano disattenta e leggera
prima d’addormentarsi i suoi seni rotondi,

lei su un serico dorso di molli aeree nevi
moribonda s’estenua in perduti languori,
con gli occhi seguitando le apparizioni lievi
che sbocciano nel cielo come candidi fiori.

Quando a volte dai torpidi suoi ozi una segreta
lacrima sfugge e cade sulla terra, un poeta
nottambulo raccatta con mistico fervore

nel cavo della mano quella gocciola frale,
pallida e iridescente come scheggia d’opale,
e, per sottrarla al sole, se la nasconde in cuore.


La musica

Spesso è un mare, la musica, che mi prende ogni senso!
   A un bianco astro fedele,
sotto un tetto di brume o nell’etere immenso,
   io disciolgo le vele.

Gonfi come una tela i polmoni di vento,
   varco su creste d’onde,
e col petto in avanti sui vortici m’avvento
   che il buio mi nasconde.

D’un veliero in travaglio la passione mi vibra
   in ogni intima fibra;
danzo col vento amico o col pazzo ciclone
   sull’infinito gorgo.
Altre volte bonaccia, grande specchio ove scorgo
   la mia disperazione!


Spleen

Quando il ciel basso e grave pesa come un coperchio
sull’anima che geme, da lunghi tedi oppressa,
e colma l’orizzonte, abbracciandone il cerchio,
d’un lume bigio, triste più della notte stessa;

quando si fa la terra un chiuso umido speco
dove va la Speranza, sbattendo negli assiti
con l’ali sue ritrose di pipistrello cieco,
o picchiando la testa contro i tetti marciti;

quando la pioggia stende i suoi sbiechi ricami,
imitando le grate d’un’immensa bastiglia,
e una torma silente di tarantole infami
in fondo ai nostri cerebri mille reti aggroviglia;

d’un tratto furibonde campane si scatenano,
e contro il cielo levano un cupo urlo di morte,
come anime al bando, raminghe anime in pena,
che senza requie gemano dietro le nostre porte.

E lunghi lenti feretri m’attraversano l’anima
senza un rullo, una musica; singhiozza prigioniera
la Speranza; l’Angoscia sul mio riverso cranio
pianta, esosa e feroce, la sua nera bandiera.

traduzione di Giovanni Raboni (in Charles Baudelaire, Opere, Mondadori)

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