
Umberto Eco è nato il 5 gennaio 1932 ad Alessandria. Il nonno di Eco era un trovatello, a cui fu dato il cognome Eco mutuandolo come acronimo da Ex Coelis Oblato (dono del cielo). Prima ancora di poppare, Eco è già in odore di semiotica.
Il padre di Umberto lo vuole avvocato, lui no. Abbandona, quindi, gli studi di legge intrapresi a Torino e si dà alla medievistica, laureandosi con una tesi su Tommaso d'Aquino. Torino è una città di spiriti nobili, in cui si respira cultura sotto ogni portico. Sensibile al clima intellettuale della città, Eco si fidanza con Enza Sampò, che però lo lascia, al momento di sposarsi, per Emilio Fede (pare una storia incredibile, degna di Eco: ma è vera).
Intanto, Eco, con geniale inventiva postmoderna, ha dato alle stampe una rielaborazione della sua tesi dal titolo Il problema estetico in San Tommaso, mentre la Rai, allora fiutatrice di talenti, gli ha offerto un lavoro nella sua sede di stanza nell'alacre capitale morale d'Italia.
Siamo nel 1959, un anno contraddittorio per il giovane piemontese: pubblica il suo secondo lavoro, Sviluppo dell'estetico medievale, che lo lancia nell'empireo degli esperti di medievistica. Ma la gloria ha un prezzo, ed Eco perde il suo lavoro alla Rai. Ma l'umiliazione ha una medicina, e Valentino Bompiani in persona offre al giovane Eco un posto di editor nella sua casa editrice, a Milano.
Inizia a collaborare per il Verri, la rivista di Giovanni Anceschi, sulla quale produce Diario minimo una leggendaria rubrica mensile (poi: un libro) che riecheggia gli esercizi di Barthes. L'umile Eco, quando si accorge che il sublime Roland ha avuto la stessa idea un po' prima di lui, sospende la rubrica.
Eco è un brillante ed ecletticissimo intellettuale che, all'altezza del '62, pubblica il capolavoro intitolato Opera aperta, un testo fondamentale adottato in tutti i dipartimenti di semiotica testuale del mondo. Un anno dopo avviene la fondazione dell'avanguardia del Gruppo 63, a cui Eco aderisce immediatamente. Accanto ha gente che ha fatto la cultura italiana di questi trent'anni (televisione inclusa): Antonio Porta, Nanni Ballestrini, Edoardo Sanguineti, Alfredo Giuliani, Francesco Leonetti, Angelo Guglielmi.
Passato alla carriera accademica (a Milano, Firenze, poi Bologna) Eco è autore di testi fondamentali come Le poetiche di Joyce: dalla Summa al Finnegans Wake, La struttura assente (ripubblicato in Trattato di semiotica generale nel '76).
Siccome Eco, a questo punto, è uno dei semiologi più noti al mondo, serioso e rispettatissimo ma sagacemente ironico e pungente, nessuno si aspetta che pubblichi un romanzone bestseller come Il nome della rosa, uscito nel 1980, che, a fronte delle previsioni di vendita di trentamila copie, ha venduto finora nove milioni di esemplari nel mondo, e ha ispirato anche il film omonimo girato da Jean-Jacques Annaud. La critica si divide: c'è chi esalta il plot narrativo richiamando nomi illustri (da Borges a Calvino) e chi detesta la scrittura un po' sciatta e la malizia commerciale dell'operazione.
Fingendo uno stupore che si protrae negli anni (come se fosse caduto in un pozzo di petrolio e avesse con sorpresa capito che doveva fare l'estrattore di greggio), Eco ha prodotto altri tre romanzi: Il pendolo di Foucault (per certi versi migliore del suo precedente romanzo e bibbia di ogni esperto di cospirazioni) e L'isola del giorno prima (prima o poi, uno ci crede che è uno scrittore, e allora cerca di fare sul serio e, di solito, gli va male); Baudolino, saga picaresca nuovamente di argomento medievale.
Tra le altre mitiche esperienze vissute in prima persona da questo geniale professore, ci sono le Norton Lectures alla Harvard University nel 1992/93.
Ora Eco vive come un pascià tra Milano, Rimini e Bologna.
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