Con PIATTAFORMA nel centro del mondo Michel Houellebecq giunge al più alto esito della sua letteratura che, sul piano della sociologia (letteraria e spiccia), è ormai additata in quanto cinica, spietata, superficiale addirittura, addirittura fascista. Nulla di questo, ovviamente. La sovversione implicita nella narrativa e nella poesia dell'autore di origine bretone è tutta letteraria ma non per questo meno incisiva sul piano sociale. Ciò che Houellebecq sta formulando, via via sempre più nitidamente, è un attacco umanista contro la civiltà dello Spettacolo, dello Scialo, della Frammentazione. È un appello ad armarsi contro l'Artificiale. È una guerra santa lanciata contro il Globale. A ben vedere è l'esatto opposto del fascismo e non sorprende che una società che spettacolarizza, sciala, frammenta, artificializza e globalizza interpreti l'appello dell'ultimo umanista come uno squillo che puzza di autoritarismo. Essere antropocentrici, al giorno d'oggi, è l'ultimo scandalo che ci sia permesso. Il penultimo, invece, è essere europei. E Houellebecq è uno scrittore che, in quanto uomo e in quanto continentale, antropocentrizza ed europeizza. Cosa, anzitutto? La letteratura. Priva di accumuli e orpelli, assai distante dalle prese di posizione isterizzanti del post-postmoderno, Houellebecq sta silenziosamente imponendo uno specifico che la narrativa, la poesia e la riflessione sembravano avere perso di vista. Ricentrare l'obbiettivo sull'uomo è un'azione sgradevole, eminentemente antiborghese e perciostesso irritante. Ecco perché Houellebecq irrita, in tempi di borghesariato globale che, se si vuole, domina ma solo nel primo mondo.
Mentre con Estensione e Particelle Houellebecq utilizzava la burocrazia, la gerarchia aziendale, la genetica e la psichiatria come categorie di indagine letteraria (e quindi era costretto a scendere in profondità, evitando l'opera di mimesi del mondo assurdo in cui viviamo, distorcendolo senza rappresentarlo), con Piattaforma egli intraprende un'operazione la cui riuscita dipende da così tante variabili da essere fragilissima: certo, se riesce, dà vita all'opera d'arte che riassume ed esce da questo tempo. Beh, l'operazione è riuscita. Si tratta di questo: Houellebecq rappresenta il mondo imitandolo, descrivendo, uscendo dalle emozioni per rappresentare le emozioni ma restando nel pianeta per darne conto. Sfonda, in pratica, la rappresentazione. Organizza una rarefazione e uno sfibramento della materia narrativa talmente alto e potente che ciò che otteniamo è il mondo in una stanza - e al tempo stesso la chiave che apre la porta per uscire da quella stanza. Leggere Piattaforma significa avvicinarsi a una di quelle semisfere di vetro al cui interno c'è un modellino di Venezia: solo che, anziché il modellino, in Houellebecq c'è tutta Venezia, l'autentica e reale Venazia, intrisa di calli e di sogni che l'umanità è andata concrezionando attorno al mondo - poiché anziché Venezia, Houellebecq rappresenta il nostro mondo. Un mondo senza zattere, senza naufragi sartriani, senza scialuppe di salvataggio. Al centro del mondo c'è una piattaforma: una roba industriale, con tutta evidenza, che produce ed estrae linfa (petrolio, gas e consimili), ma su cui si può temporaneamente approdare. Nel titolo c'è tutto, davvero. Nel libro c'è il mondo. Neurtizzato dall'industria del turismo e del divertimento globale, questo mondo ha sostituito al sesso il suo surrogato, che tuttavia è vero, è umano, è praticabile. Frammenti porno, raggelanti come sceneggiati fintorealisti, rievocano memorie tutte contemporanee, per nulla ancestrali, eppure già depositate e richiamabili dal patrimonio cognitivo messo a disposizione di qualunque sottouomo occidentale. "Padre mio, mi dissi, hai edificato la tua casa sulla sabbia": è il figlio dell'uomo che, nel suo esordio, recita il versetto biblico, invertendo l'invocazione e colpendo duro il genitore. Lo distanzia dal padre la consapevolezza, l'infelicità della consapevolezza e la pratica di una simile agnizione. Il proiettile, sparato con freddezza in apertura di romanzo, perfora a una a una le pagine del romanzo di Hoellebecq e non risparmia nessuna carne.
L'operazione di purissima rarefazione allestita da Houellebecq (definibile in negativo, come ogni degna teologia: si tratta di una struttura non dritta e non armonica, non densa, non compatta e, contro ogni estetismo, nemmeno memorabile secondo i canoni della memoria spettacolare, che museizza tutto, a partire dalla letteratura) corre parallela ad altre operazioni che raggiungono il bersaglio con mezzi differenti. Prendiamo, per esempio, quello che consideriamo a titolo personale il migliore nuovo scrittore a livello planetario, Chuck Palahniuk. Nel suo ultimo (e ancora intradotto da noi) Choke, il protagonista Victor Mancini è un sex-addicted, che scopa senza scopare su un tappeto teologico. Oppure prendiamo la cinematografia di Michael Haneke, soprattutto i suoi ultimi Funny Games e La pianista: laddove violenza, cinismo e pornografia vengono utilizzati come categorie frammentate di rappresentazione del reale, obbiettivo raggiunto tramite sottrazioni, lucidità, freddezza e rarefazione che ricordano da vicino la scrittura di Houellebecq. Civili, in senso nuovissimo, e perciò politiche, queste operazioni artistiche sfruttano più il ritmo e i silenzi che le cose e le parole, col risultato di rendere tridimensionali e proiettive le cose e le parole stesse, ricentrando l'uomo come animale cognitivo ed emotivo e ribadendo l'assolutezza temporale del suo regno sul mondo.
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