Che Michel Houellebecq fosse uno dei migliori autori in circolazione - e non solo in Europa - lo sapevamo da qualche anno. Era bastato Estensione del dominio della lotta per capire che di lì a qualche anno non ce ne sarebbe stato davvero per nessuno. C'era quello sguardo concavo così impietosamente chino sul dolore che ci aveva fatto scoprire di avere ormai dimenticato le parole per raccontare l'opacità di quel soffrire ostinato, passato sotto silenzio, doloroso anche se sotto sedativi. Ci aveva stupito soprattutto il constatare che l'euforia posticcia di un occidente pingue all'alba del nuovo millennio calava - finalmente - la maschera, per lasciare spazio a una desolazione rabbiosa. Poi Le particelle elementari, il punto di non ritorno, e la definitiva consacrazione. Ora con Piattaforma, traghettato in Italia dopo mesi di ipocriti scandali al di là delle Alpi, dopo querele per razzismo, diffamazione e quant'altro, Houellebecq firma un romanzo che forse sfiora d'un soffio il capolavoro, che mette in croce il fantastico mondo occidentale come forse mai nessuno aveva fatto prima d'ora. Chi l'ha accusato quindi di aver denigrato il cosiddetto Terzo mondo e la società islamica, ha visto solo quello che voleva vedere, e cioè una malattia infettiva e contagiosa. Ma Piattaforma non è il virus: è la cura.
La storia d'amore (e sesso) fra Michel, il protagonista, e Valerie, rimane integra per tutto il libro, illumina di una luce genuina anche gli angoli bui di un a trama che prevede turisti sessuali, villaggi ambigui, quartieri devastati dalla criminalità, ambienti di lavoro ipertrofici e lobotomizzati al tempo stesso. La felicità esiste, sembra dire Houellbecq (anche la felicità breve di un rapporto con una prostituta tailandese o cubana), ma in un mondo come questo è una bomba ad orologeria. Che non mancherà di far saltare in aria (letteralmente) le vite dei protagonisti e la nostra illusione di un happy end di qualche tipo. La morte arriva e colpisce all'improvviso, e sembra quasi asettica, anche vista con questo zoom impietoso; ma non è così. Non è uno spettacolo né è spettacolarizzata, non cade nel tranello post-moderno della rappresentazione al cubo. La morte fa parte delle cose, come una felicità senza accento.
Houellebecq insomma non ci mostra più l'agonia dell'occidente (annichilito da se stesso, reso impotente dal feticismo mediatico dei corpi, divenuto insensibile a causa di un tempo irriducibile) ma il suo certificato di morte. In alcune pagine il libro ne risente un poco, schiacciato forse per necessità in un basso di fondo a tratto un po' stancante. In tutto ciò Houellbecq torna in pista con uno stile quanto mai invisibile, concedendo al lettore più di quanto abbia fatto nei libri precedenti. E allora forse non è un caso che il tanto denigrato Grisham qualche volta faccia qua e là capolino, stravolto e reso alto, come a dire che il lettore lo puoi attirate anche senza trascinarlo al cinema. E allora il miracolo, in parte, è anche questo stile, questa scrittura quasi invisibile che dice cose, spezza gambe senza lasciare sgommate sul foglio. È in questo spazio lento e dilatato che si può anche sentire il rumore di fondo delle cose, strisciante e distorto, una musica costante e vera. Ecco che collidono Camus e Miller con Céline che assiste compiaciuto alla deriva dei continenti che ora non sembrano più tutti uguali, tutti occidentalizzati, vampirizzati.
Il libro comincia con la morte del padre di Michel e finisce con la morte dell'occidente. In mezzo, la cosa che chiamiamo vita, una deriva lenta che accoglie qua e là stupori repentini e fuggiaschi, che dall'occidente traghetta i morti in oriente, come se il Gange fosse il punto di un arrivo comunque illusorio e non il passaggio per il paradiso.
Michel Houellebecq, PIATTAFORMA nel centro del mondo, Bompiani, 32.000 lire
Bio & Biblio
Biografia e bibliografia del grande Michel Houellebecq.