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  IL SENSO DELLA LOTTA
Il senso della lotta - di Michel HouellebecqSiccome l'editor di Bompiani, Elisabetta Sgarbi (sì: è proprio la sorella di Vittorio...), ha mosso mari e monti per acquisire le opere di Houellebecq, immaginiamo che dallo stock del suo shopping abbia estratto questo Il senso della lotta, che è un libro di poesie, e abbia imposto ad Aldo Nove di sistemarlo nella collanina poetica InVersi. A parte le malignità e il gossip editoriale, vogliamo ugualmente applaudire Aldo Nove per la scelta. A nostro modestissimo parere, Il senso della lotta è il libro di versi migliore tra quelli che il giovane ex Cannibale ha fatto pubblicare presso Einaudi e una delle più importanti uscite in poesia di questi anni.
HouellebecqHouellebecq non scrive bene quando fa il narratore. A maggior ragione, non scrive bene quando fa il poeta. A prima vista è un classico: le sue liriche sono strutturate quasi parnassianamente, e lui redige zelanti alessandrini che fa un po' specie leggere nel 2001. Sembra un clone di Baudelaire fuori tempo massimo. Tra l'altro, c'è modo e modo di scrivere in alessandrini e, da un punto di vista ritmico e metrico, gli alessandrini di Houellebecq fanno proprio schifo. Qui si tocca il punto centrale dell'affaire Houellebecq. Che è questo: a fronte della mutazione - emotiva, cognitiva, percettiva, financo genetica - a cui va incontro l'uomo contemporaneo, ha ancora senso affermare che la letteratura è una categoria eminentemente stilistica? Siamo pieni (noi e le nostre palle) di scrittori gelidamente neo-neo-petrarcheschi che scrivono benissimo, per carità!, che sono metricamente ferrati e si osservano la bella mano mentre verga gli alba pratalia delle pagina vuote di Word sui loro pc. Il senso, per Houellebecq, non è certo un evento linguistico o stilistico, anche se cade nel cerchio letterario e viene detto. Il senso, l'ultimo senso a cui stiamo andando incontro, è piuttosto simile al frammento d'osso che rotea in incipit al 2001 di Kubrick: un'impressionante metafisica che sprigiona da calcoli e carni, ancora rozza e inelegante, promessa messianica di una terra ricca d'inumanità che sta lentamente disseccando e metabolizzando la nostra terra desolata.
E' ben vero che queste fosche, titaniche profezie erano già state pronunciate, proprio a partire da Baudelaire, attraverso l'arco della modernità poetica. Ma la questione, una volta ancora, viene spostata da Houellebecq in un nuovo senso, e cioè: come può essere contemporaneo uno scrittore? Per questo motivo sorprende non tanto la primarietà di ciò che Houellebecq controcanta (queste poesie parlano di amore, di sesso, di routine, di scienza), quanto l'ineffabilità che tutti noi conosciamo. E' l'ineffabilità di un senso comune che intride le nostre polpe quando andiamo a lavoro ogni mattina o quando ci chiediamo perché non abbiamo voglia di fare l'amore o quando ci troviamo a trascorrere nell'insensatezza un capodanno storto. E' il dominio ultimo della "lotta" a cui Houellebecq fa riferimento. Soltanto chi ha studiato la biologia e la medicina - e seriamente, come questo irritante francesino - può giungere a un'interpretazione tanto autoptica e feroce della presenza umana su questo mondo, con modi letterari e filosofici tanto distanti, per esempio, dal cinismo del bisturi di Benn. Piuttosto, Houellebecq è disperato e disperante - ma senza sofferenza, e questo è importante - come un postumo Céline. Anzi, si potrebbe definire l'autore delle Particelle con un'equazione, proprio come lui equalizza e distorce in funzioni la narrativa e la poesia contemporanee: Houellebecq = CELINE - LA LINGUA. Certo, è una perdita fondamentale, su cui riflettere. Eppure, a ben vedere, è già l'autorealizzarsi della profezia di Houellebecq sull'evaporazione della "presenza umana".
"A fine serata, essere assaliti dallo scoraggiamento è un fenomeno inevitabile. Si verifica una specie di pianificazione dell'orrore. Alla fine, non so; penso". Questo pensiero vuoto, che si fonda sulle categorie dell'orrore, della vertigine, del perno pneumatico del maelstrom in cui si sente gettata l'umanità è non soltanto un'acquisizione straordinaria della letteratura d'oggigiorno, bensì la più fedele immagine della resistenza opposta al divenire macchinico dagli ultimi umanisti. "Sento gli autobus e il brusio sottile / Degli scambi sociali. Accedo alla presenza". Vanno a casa i critici e i filosofi, nuovamente, come sempre quando i bagliori di una nuova letteratura si annunciano. Questa "presenza" non ha a che vedere con Derrida o con i soufflé esistenzialisti di qualche decennio fa. E' una nuova e sempre originaria forma antropica dell'intendere, che la letteratura avverte con largo anticipo rispetto a ogni altro sapere. Sia riconosciuto a Houellebecq il ruolo di padre di tale anticipo.

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  di Giuseppe Genna
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   data: 5 nov 2001 protezione contenuti: non attiva Aiuto  

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