Se fra una quindicina di anni l'Italia potrà aspirare ancora al Premio Nobel per la Letteratura, uno dei candidati di spicco sarà con tutta probabilità Valerio Magrelli. Poeta, critico letterario, critico cinematografico, docente di letteratura francese, Magrelli (classe 1957) è uno degli umanisti più versatili che l'Italia può vantare in questi tempi di povertà. Formatosi a Parigi, ha esordito giovanissimo con uno dei libri più memorabili di questi ultimi vent'anni di poesia italiana, Ora serrata retinae (1980). Mosso da una frenesia per il sapere che ricorda, appunto, la migliore tradizione umanistica, Magrelli opera un po' dappertutto: in Accademia, in televisione, in radio, in editoria (dirige per Einaudi la serie trilingue della collana "Scrittori tradotti da scrittori").
La sua poesia è apparentemente aliena rispetto alla tradizione italiana, e si avvicina pressantemente più alla congerie francese, in particolare surrealista, in cui matura e cresce Ponge. Ovviamente, si tratta soltanto di una componente della complessissima operazione di Magrelli. Il quale , mediante un approccio che verrebbe da definire di matrice fenomenologica, apre vortici iper-razionali nella frattura tra mente e mondo, trasferendo nelle cose un àmbito e una sensibilità propri di una soggettività disincarnata e perennemente incantata, afflitta dai buchi neri che si spalancano all'interno del proprio fare e vivere.
Postmoderno, strutturalismo, neopsichiatria sembrano essere le direttrici culturali che muovono la scrittura di Magrelli, in una riedizione vivissima e sapiente dell'esperienza di Valéry: un discorso poetico sulla contemporaneità e una dialettica tra scienza e letteratura che, a quanto consta, non ha pari nella poesia italiana ed europea del panorama odierno.