
Arrivano le formidabili formiche di Victor Pelevin. Una summa veloce, inquietante, umoristica e quasi teologica che ricorda da vicino le evoluzioni entomologiche di Kafka e la coralità clamorosa di Hugo: La vita degli insetti mette in scena un dramma che è una fiction americana, una boutade a canovaccio che ricorda Shakespeare dopo che ha assunto un acido.
Il libro è ambientato in un luogo assoluto, una stazione climatica in disarmo sulle rive del Mar Nero, popolata da strani insetti dediti alla metamorfosi, che si trasformano in esseri umani e viceversa, o che prendono sembianze e identità di altri insetti. Tra di essi, esistono le gerarchie: uno dei personaggi più formidabili è un'avveniristica formica regina che prende il sole in riva al mare. Ci sono anche Mitya e Dima, due falene filosofe che ingaggiano un duello all'ultimo sangue con un pipistrello. E ci sono anche i cattivi del Fondo Monetario Internazionale, nelle vesti di Arthur, Arnold e Sam, tre investitori che vedono, nella zona in cui vive la comunità di insetti, un'occasione per sperequazioni e speculazioni.
Allegoria trascinante, nell'esuberanza dei caratteri che vengono messi in scena e nella perfetta coerenza e leggibilità politica della metafora, La vita degli insetti rovescia definitivamente un costume tipicamente postmoderno: quello di pratica un'oltranza e un oltraggio sui linguaggi, senza rendere visibile la verità di ciò che si afferma. Pelevin fa l'opposto e ciò che mette in croce è la cruda verità, che qualunque abitante dell'occidente globalizzato può comprendere.
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