Se c'è una continuità nel maledettismo dei poeti, Sylvia Plath ne è l'incarnazione. Nata a Jamaica Plain, nel Massachusettes, nel 1932, è stata una donna di raro ingegno, preparazione tecnica raffinatissima, sconvolgente immaginario poetico. Eppure, sotto la superficie brillante dell'intellettuale Plath, si agitava un gorgo oscuro di nevrosi, un'indipanabile intreccio di ansie e depressioni, che la condussero al suicidio, nel 1963.
Si era sposata con Ted Hughes, al quale aveva dato due figli. Le difficoltà che aveva incontrato nel rapporto con il poeta inglese, soprattutto negli ultimi tempi, avevano avuto un potente effetto amplificatore sui suoi problemi psicologici. Alla luce della fragilità psichica di Sylvia Plath, suonano davvero crudeli e ingenerose le accuse lanciate a Hughes, da molti ritenuto responsabile della tragedia personale di sua moglie.
Da The Colossus, pubblicato in Inghilterra nel 1960, la personalità poetica di SP è risultata di prima grandezza agli occhi della critica anglosassone, anche se l'estrema pulizia formale è ancora un retaggio dell'apprendimento. Ma è con Ariel, edito postumo nel '65, che la potenza lirica di Sylvia Plath trova completo sfogo. Qui il senso del dolore (psichico e fisico) si fa quasi tangibile, come è percepibile a partire dalla poesia che dà il titolo alla raccolta, Ariel:
Stasis in darkness.
Then the substanceless blue
Pour of tor and distances.
God's lioness,
How one we grow,
Pivot of heels and knees!--The furrow
Splits and passes, sister to
The brown arc
Of the neck I cannot catch,
Nigger-eye
Berries cast dark
Hooks----
Black sweet blood mouthfuls,
Shadows.
Something else
Hauls me through air----
Thighs, hair;
Flakes from my heels.
White
Godiva, I unpeel----
Dead hands, dead stringencies.
And now I
Foam to wheat, a glitter of seas.
The child's cry
Melts in the wall.
And I
Am the arrow,
The dew that flies,
Suicidal, at one with the drive
Into the red