Ha ragione Joseph Brodsky, l'esule russo trapiantato in America e premiato col Nobel per la sua opera poetica: oggi l'inglese delle periferie è la lingua letteraria dominante, quella dove si creano i più interessanti cortocircuiti e dove vengono elaborati i capolavori di questo scorcio di secolo, come dimostrano la prosa di Salman Rushdie o l'epica di Derek Walcott.
Così, a una già lunga lista che termina con Rushdie e Naipaul, bisognerà aggiungere una fragile e carinissima signorina, che con il suo Il dio delle piccole cose ha spiazzato la critica e si è imposta ai vertici di tutte le classifiche, acclamata a lungo negli Stati Uniti (tra l'altro: Amazon.com ha contribuito non poco a lanciare il libro negli States).
Arundhati Roy è nata nel Kerala indiano, nel 1961. Ha studiato ad architettura, dopo essersi trasferita a Nuova Delhi, dove tuttora vive insieme al regista Pradeep Kishen, uno dei migliori cineasti indiani. Prima di sperimentare la narrativa, ha scritto sceneggiature per il cinema e la televisione. Il dio delle piccole cose è uno spaccato dell'India attuale, borghese e non. E' la storia di una famiglia di Aymenem, in Kerala, divorata dai pregiudizi e spaccata dai conflitti affettivi e sociali. Una prosa lirica bellissima, una struttura che alterna momenti poetici a narrazioni serrate: sono i motivi che hanno imposto Roy all'attenzione mondiale. Il dio delle piccole cose è edito, in Italia, presso Guanda.