Dalle creature leggiadre desideriamo discendenza,
così che la bellezza della rosa non perisca.
Ma poiché è destino che essa maturando muoia,
possa un suo virgulto perpetuarne la memoria.
Ma tu, solo interessato allo splendore dei tuoi occhi,
nutri la tua luce con la tua stessa fiamma,
creando penuria dove invece ricchezza giace;
tu, nemico di te, troppo crudele contro il tuo dolce io.
Tu, che sei ora fresco ornamento del mondo
e impareggiabile araldo di vivace primavera,
seppellisci te stesso nel tuo germoglio;
e così, caro spilorcio, con la tua parsimonia vai in rovina!
Abbi pietà del mondo; se no, considerati tale ingordo
da divorare, con la tua morte, quel che il mondo da te si aspetta.
3
Guàrdati nello specchio e di’ al volto che vedi
che è ora di crearne un altro;
e se tu non lo rinnovi, defraudi il mondo
e una possibile madre della sua gioia.
Quale donna gentile rifiuterebbe l’inviolato grembo
al vomere della tua virilità?
E quale uomo sarebbe così insensato da divenir tomba
del suo egoismo negandosi una progenie?
Tu sei lo specchio di tua madre, e lei in te
richiama il leggiadro aprile dei suoi anni;
così, dalle finestre della tua spesa età,
pur con le rughe, possa tu rivivere questo tuo tempo d’oro.
Ma se intendi vivere per essere dimenticato,
muori pure singolo: la tua immagine morirà con te.
7
Guarda: quando a Oriente il benefico astro
leva il fiammeggiante capo, ogni occhio quaggiù
rende omaggio al suo apparire,
umile seguendo con lo sguardo il regale fulgore.
E, scalata l’ardua curva del cielo
come gagliardo giovane nel fiore degli anni,
ancora sguardi mortali adorano la sua bellezza,
seguendone pellegrini il luminoso andare.
Ma quando, dopo lo zenith, sul carro affranto,
quale vecchierello esso vacilla via dal giorno,
gli occhi, prima riverenti, si distolgono
dal suo precipitare e ad altro mirano.
Così, anche tu, logorato nel tuo meriggio,
morrai negletto, se non darai vita a un figlio.
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