E' raro leggere un "giovane poeta", ormai. Ci sorprendiamo, perciò, trovandoci tra le mani l'ultimo libro di poesie di Claudio Damiani, Eroi, che Fazi edita proponendo ai lettori uno dei pochi poeti italiani della nuova generazione che valga la pena di leggere. La miniera, il precedente titolo di Damiani, era una summa della sua opera poetica, un testo delicatissimo, ferocemente delicato, che riproponeva, in pieni anni Novanta, l'esperienza di avvicinamento stilistico al nulla di cui maestro era stato un grande dimenticato del decennio precedente, il divino Beppe Salvia. La sapienza metrica e l'apparente ma iperaggressiva inermità di Damiani ci ha sempre convinto: è l'eredità più pura della tradizione italiana secondo la sua declinazione più gelida e più stilisticamente accorta. Le microevoluzioni e gli slittamenti interni della poesia di Damiani sono ben rappresentativi di una certa poesia nazionale, che ha attualmente in Stefano Dal Bianco la sua scommessa più alta. A latere di questa linea, con la medesima sapienza metrica e la stessa accortezza ritmica, una linea più "calda" ed eversiva sta componendo un discorso poetico che - a nostro modestissimo parere - è la novità più avanzata e stravolgente dell'intera letteratura italiana contemporanea, e di cui Mario Benedetti (e, per certi versi, Antonio Riccardi) è una certezza solida e definitivamente acquisita. Viene un po' da ridere che poeti che navigano ormai attorno ai quarant'anni non abbiano ancora trovato degna pubblicazione presso la grande editoria. Sia Dal Bianco sia Benedetti sia Damiani sono voci importanti e in qualunque altra nazione pubblicherebbero nelle collane che contano, esattamente come i loro colleghi coetanei in Francia o in Inghilterra che, sia detto per inciso, scrivono poesie ben meno importanti di questi tre italiani. E' che da noi le collane che contano non contano davvero un bel niente e la poesia non se la fila nessuno, anche se l'Italia è all'avanguardia della letteratura planetaria essenzialmente per il suo discorso poetico.
Torniamo a Eroi. E' un libro di passaggio. Claudio Damiani, mercé la nascita dei due figli che sono protagonisti di questo nuovo libro, pare avere abbandonato le sue ossessioni primarie. E' che quelle ossessioni emanavano del tutto naturalmente lo stile evanescente e incisivo di Damiani. Con Eroi è arrivata la maturità. L'autoscopia petrarchesca - nevrotica e umanistica - viene ora condotta sul soggetto esterno e Damiani tenta, forte di una strana metafisica che ha qualcosa della dottrina tao o di certo buddhismo, un approdo rasserenato al nulla. In questo, non riesce. Siccome Damiani non è né taoista né buddhista, lo scarto di profondità si avverte. Lo stile vacilla. Un esito potrebbe essere plausibile: è la poesia di Walser. Però sussiste tra le pieghe dei versi (questa volta più incerti) una sostanza ruvida e rabbiosa, un segreto sottilissimo controcanto all'irenismo a cui sembrerebbe felicemente arrivare la lirica di Damiani. E' questo angolo buio, questo punto cieco che risulta, al termine della lettura, l'acquisizione più importante di un poeta che è già importante.