Questo libro è un evento. Che Raymond Carver sia tra i massimi narratori del secolo è un fatto acclarato. Che sia tra i massimi poeti del Novecento, invece, non è tanto pacifico. Invece bisogna ragionare su cosa Carver fece e scrisse poco prima di morire, nell'88, per una metastasi carcinomatosa alla testa, venendo sottratto a una gloria pubblica che gli sarebbe stata tributata - oceanico moto concorde - praticamente in ogni cantone del nostro pianeta. Carver scrisse poesie, prima di passare a miglior vita. Scrisse poesie proprio sulla miglior vita: che per lui, laico sospeso in un silenzio stupito, era e rimaneva un'infravita, una sorta di livello ontologicamente fondato e innestato su e dentro le cose. La vita di Carver fu un'esplosione tragica e assordante (di un silenzio assordante), che coinvolse lo scrittore e i suoi prossimi in un antinferno le cui fiamme avevano vari nomi: alcolismo, ritenzione affettiva, divorzio, cancro. Fino alla conversione del dolore in gioia: la morte evitata per miracolo, giocando un tiro mancino al devastante etilismo, e la conquista dell'amore insieme all'ultima moglie Tess Gallagher. Facendo perno su Checov (come racconta in una struggente prefazione la Gallagher stessa, che insieme a Carver lavorò a questo libro, lo ispirò e lo compose strutturalmente), Carver impianta una letteratura non sua nel corpo bulimico della letteratura che è sua, componendo con ineffabile maestria tableaux vivent che lasciano senza fiato, mentre siamo investiti dalle onde radianti dello scabro ritmare sillabico della poesia che quest'uomo ha toccato e ci ha fatto toccare con mani, cuore, visceri e ragione. Una poesia penetrante fino al nucleo metafisico di Wallace Stevens, che si iscrive in un orizzonte i cui poli sono abissali, in negativo ("Figlio mio, a quell'epoca ho desiderato che morissi / un centinaio - che dico, un migliaio - di volte") e in positivo ("Sono un uomo fortunato. Ho campato dieci anni di più di quanto io o chiunque altro si aspettasse. / Una vera pacchia. / Non ve lo scordate"), e che Salman Rushdie (autore di un'epica postfazione che fa di questo libro un autentico gioiello editoriale: roba da editoria americana o inglese, e che noi italiani non meritiamo) riassume nell'estrema esperienza, esistenziale e rilkiana, della rosa-moglie di una delle ultime poesie scritte da Carver: "E poi la chiamo, contro / quel che avverrà: moglie, finché posso, finché il mio respiro, un petalo / affannato dietro l'altro, riesce ancora a raggiungerla".
Che dire? Ci inchiniamo a Carver, alla Gallagher, a Rushdie e a chi ci ha regalato questo capolavoro assoluto, cioè quelli di Minimum Fax.
Raymond Carver, Il nuovo sentiero per la cascata. Poesie, Minimum Fax, 26.000 lire
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