Martin Amis, con L'informazione, si discosta dai lavori precedenti o, come ha scritto Michiko Kakutani, porta a compimento le sue ambizioni e i postulati estetici che si intravedevano nei lavori precedenti a L'informazione. E, infatti, il merito di Amis è di essere riuscito ad incorniciare la modernità attraverso inediti ritmi di pensiero. Nel pieghevole dell'edizione italiana del romanzo è riportata una dichiarazione di Saul Bellow (nella foto, a destra, insieme ad Amis e al suo figlioletto), il quale riconosce e sottolinea la scoperta di Amis: "Martin Amis usa un linguaggio elettrico. Capisco l'euforia di chi gioca così con le parole. Inventare un nuovo modo di descrivere la vita moderna è una scoperta inebriante…". L'impresa più interessante del romanzo di Amis (dal punto di vista tecnico), è essere riuscito a rintracciare i nuovi ritmi di pensiero. Un'espressione, 'ritmi di pensiero', utilizzata da Amis in un'intervista, in cui ha cercato di spiegare ciò che si è proposto di fare con L'informazione:
"Non mi interessano i ritmi del pensiero attuale. Scriviamo in una sorta di 'codice pedagogico'. Forse la scrittura si dilata in ritmi sullo sfondo del tempo. E' ciò che voglio: suggerire nuovi ritmi del pensiero, il pensiero che muta in continuazione. [...] Non c'è nulla di nuovo. Ciò che è nuovo è lo sfondo. Il mondo osservabile cambia. I ritmi del pensiero sul mondo sono sempre in continuo mutamento" ["The rhythms oh thought that are actually out there don't correspond. We write in a kind of pedagogic code. Maybe writing does lag behind the times. I wanted to suggest the new rhythms of thought which change all the time [...] There is nothing new. What is new is the background. The observable world changes. The rhythms of thought about the world are always changing"]
Credo che da questa dichiarazione traspaiano abbastanza bene le preoccupazioni e gli intenti dello scrittore. Il duello ingaggiato tra la forza del linguaggio già esistente, che tende di continuo ad ingabbiare la prosa in vecchie espressioni, ed il romanziere che deve imporre la propria inventiva senza che questa, però, si trasformi in mero manierismo è il cruccio fondamentale per ogni narratore. Questa preoccupazione è sentita dal romanziere, protagonista de L'informazione, la cui voce e problematica, s'intreccia con quelle di Amis:
"Qual è il problema di laddove? Uno scrupoloso arcaismo […] Non sono le parole a essere compite e vivacemente garbate, ma le loro configurazioni, che rispondono a diversi ritmi antiquati di pensiero." (p.58)
Si potrebbe obiettare che questa problematica era già sentita da Joyce e, risolta, sempre dallo stesso Joyce, con l'invenzione del flusso di coscienza. Qui però Amis parla di configurazioni, in altre parole, la capacità di chiamare in causa una forma o immagine attraverso una parola.
Se l'opera della lingua è la categorizzazione del mondo (cioè, il modo in cui si apprende il mondo), il destino della lingua è quindi quello di rappresentare verità meno conosciute o, meglio ancora, definirle con nuovi accostamenti di parole le quali sono il risultato di un diverso ritmo di pensiero.
In una pagina del romanzo il narratore si domanda quali sono stati i criteri per l'assegnazione dei soprannomi in un gruppo di caribici. I soprannomi, che di solito dovrebbero essere una sorta di scorciatoia per definire una persona (e quindi categorizzarla), non sembrano in questo caso seguire nessuna logica, o ne seguono una, sconosciuta al narratore:
"Non è ancora del tutto chiaro perché Gary sia stato chiamato Schianto. Non è assolutamente detto che i nomi di battaglia siano descrittivi, e nemmeno controdescrittivi. Tra le conoscenze di 13[un ragazzino nero di diciassette anni, fratello di Schianto] -tra i suoi fratelli- c'erano parecchi personaggi assolutamente indefinibili con nomi come Posapiano o Lampo o Guarda qui. Per esempio, 13 aveva un cuginetto chiamato Ian il cui nome di Battaglia era Imu. IMU era ciò che Ian smbombolettava assiduamente su tutti i ponti e muraglioni di West London, in mezzo a ben più complesse ingiunzioni e imprecazioni e invocazioni, come ARMI ALLO ZIMBABWE, IN CULO LA POLIZIA e FIGLI DEL TUONO. I stava per Ian; e a Ian piaceva la musica: quindi Imu. Fantastico. O prendete un altro cugino di 13: Anello. Anello era chiamato Anello non, come sarebbe facile pensare, a causa dei suoi tratti facciali incredibilmente primitivi, ma come alternativa preferita a Catene, nome che commemorava una certa battaglia di carnevale in cui Anello aveva sgombrato un'intera tromba delle scale zeppa di poliziotti con il solo aiuto di due pezzi di ronzante e scintillante acciaio lungo un metro o poco più. I successivi diciotto mesi Anello li passò in catene, e questo probabilmente spiega perché il nome che attecchì fu Anello." (p.44)
Quale è l'accordo per mezzo del quale queste persone si capiscono? Amis penso si sia domandato come comunicare un messaggio universale - esprimersi con "quella voce che parla a e per l'anima umana[...]" (p.103)- in un mondo dove i ritmi di pensiero vengono continuamente sostituiti.
Tutto il romanzo è narrato con un registro di scrittura inedito ed imprevedibile. La prosa, sorprende di continuo con le sue brevi frasi, ricche di descrizioni compresse. Questo tipo di tecnica credo si possa definire 'empatico'. Amis cerca di rendere manifesto il modo di pensare, o, un certo modo di pensare tipico della modernità.
Credo sia meglio fornire qualche esempio tratto direttamente dal testo: "Aveva ventott'anni, una barba sperimentale e un'aria da cena di classe" (p.22). Per questa descrizione l'autore dà solo un'immagine vaga e apparentemente poco comprensibile. Il criterio, però, scelto è quello dell'essenzialità, di una ricca stringatezza. La frase che Amis spesso utilizza è breve e vibrante ma, allo stesso tempo, piena d'informazioni. Egli cerca d'infarcire il pensiero che si trasforma in prosa con aggettivi che permettono d'instaurare una fulminea intesa con il lettore. Gli unici segni che ci dà il narratore riguardo a questa figura sono la "barba sperimentale" e l'"aria da cena di classe". Tale descrizione consente d'individuare il tratto caratteristico fondamentale della figura. È come se Amis aprisse una 'finestra empatica', un'immagine che consente al lettore di comprenderlo, non attraverso il lavorio del pensiero lungo e macchinoso, bensì, mediante l'assorbimento di quest'immagine. Ciò che si domanda Amis riguardo ai caraibici è quale sia il criterio che ha portato a chiamare una persona Anello. La stessa operazione deve essere compiuta per capire qual è stato il criterio di Amis per arrivare a descrivere un giovane semplicemente con "aria da cena di classe" e "barba sperimentale". La scommessa di questo autore è stata quella di 'soprannominare' la realtà pensando che il lettore tenga il suo stesso ritmo e dia la sua stessa configurazione alle parole.
Quella che segue è la descrizione di un circo equestre al quale il protagonista assiste: "Gli animali erano dei ruderi, e gli artisti avevano tutti l'aria stupida e crudele" (p.35). La descrizione degli artisti, al modo di quella precedente, potrebbe non significare molto; non viene data alcuna informazione né sui vestiti che indossano né sui tratti dei loro volti. Si fa riferimento solo all'"aria": ciò che essi trasmettono. Nei due aggettivi "stupido" e "crudele" pare comprimersi una descrizione istantanea, immediata (non mediata dal raziocinio). L'aria "stupida" e "crudele" è ciò che a buon diritto potrebbe essere definita universale, un modo di percepire - voglio dire - comune, che però per la sua stessa essenza vieta una descrizione minuziosa. Con questi due aggettivi Amis lascia intravedere le caratteristiche essenziali degli artisti ma allo stesso tempo le getta in profondità; si è costretti ad empatizzare con la visione che l'autore ci dà. È come se si aprisse uno squarcio che permette al lettore di vedere le stupide acconciature e gli stupidi vestiti degli artisti di quel circo e, infine, i loro modi plateali e infantili.
Filippo Belacchi vive e non lavora a Fano, si č laureato da poco in filosofia con una tesi sul romanzo di Martin Amis L'informazione.