"Vedere per la prima volta Il Mago di Oz fece di me uno scrittore. Molti anni più tardi cominciai a individuare il filo narrativo destinato a diventare a un certo punto Harun e il mar delle storie, e avvertii con chiarezza che se fossi riuscito a toccare il tasto giusto, sarebbe stato possibile scrivere quella storia in modo tale da renderla interessante sia agli adulti sia ai bambini o, per usare una battuta classica da pubblicitari "per bambini dai sette ai settant'anni". Il mondo dei libri è diventato una faccenda rigidamente demarcata e categorizzata, in cui la narrativa per bambini non solo è una specie di ghetto, ma si suddivide in generi di scritture diverse per le varie fasce d'età. Il cinema invece si è sempre elevato al di sopra di tali categorie. Da Spielberg a Schwarzenegger, da Disney a Terry Gilliam, il cinema ha prodotto film che bambini e adulti guardano seduti fianco a fianco, uniti da ciò che stanno vedendo. Mi è capitato di vedere Chi ha incastrato Roger Rabbit in uno spettacolo pomeridiano pieno di bambini gaiamente turbolenti, e di tornare la sera dopo, a un'ora troppo tarda per un pubblico infantile, per potermi godere tutte le battute, gli scherzi e stupirmi una volta di più dinanzi alla genialità del concetto di Cartoonia. E tuttavia, tra tutti i film, quello che mi ha aiutato di più a trovare la voce giusta per Harun, è stato proprio Il Mago di Oz. Tracce del film sono disseminate nel testo, in modo evidente, e nei compagni di Harun sono riscontrabili chiare eco degli amici che danzavano con Dorothy lungo il sentiero dorato. In questo momento mi sto cimentando in qualcosa di insolito, qualcosa che dovrebbe distruggere il mio amore per il film, senza che in realtà ciò si verifichi. Sto guardando una videocassetta e osservo il film con un blocco per appunti in grembo, una penna in una mano e il telecomando nell'altra, sottoponendo Il Mago di Oz a indegnità quali la moviola, l'avanzamento veloce e il fermo immagine. Sto cercando di imparare il segreto di quel gioco di prestigio. E devo dire che effettivamente vedo cose che non avevo mai visto prima...
... Ma anch'io sono cambiato, ovviamente. Il rapporto stesso che intrattengo con il concetto di "casa" è recentemente diventato, per così dire, più problematico, per ragioni che non mi interessa qui approfondire. Non negherò tuttavia - e darò maggior spazio a questa mia ammissione più avanti - che ho riflettuto parecchio, nel corso degli ultimi tre anni, sui vantaggi di un buon paio di scarpette rosse...
... Il film ha inizio. Siamo in bianco e nero, il mondo "reale" del Kansas. Una ragazzina e il suo cagnetto corrono lungo un sentiero di campagna. "Adesso non può più raggiungerci, Totò. Ti ha fatto male? Voleva farti male sul serio, quella strega..." Una vera ragazzina, un vero cane, e l'inizio, con la prima battuta di dialogo, di un vero dramma. Il Kansas però non è reale, o perlomeno non più reale di Oz. È un dipinto a olio. Dorothy e Totò corrono lungo un breve tratto di "strada" negli studios della MGM e questa inquadratura è stata sovrapposta a un fondale dipinto che rappresenta il vuoto. Un vuoto "reale" probabilmente non sarebbe stato abbastanza vuoto. È pressoché identico al grigiore universale della storia di Frank Baum, un vuoto interrotto solo da un paio di steccati e linee verticali di pali del telegrafo. Se dunque Oz è nessun luogo, allora il set delle scene in Kansas sembra suggerire che la stessa cosa vale per il Kansas. Il che è intrisecamente necessario. Una rappresentazione realistica dell'estrema indigenza di Dorothy avrebbe creato un peso, una cupezza che avrebbero reso impossibile il balzo immaginativo in Storilandia, e il volo sublime a Oz. Le favole dei fratelli Grimm, è vero, erano non di rado di un brutale realismo. Nel Pescatore e sua moglie, la coppia eponima vive, fino al giorno in cui incontrano la sogliola magica, in quello che viene candidamente definito "un vaso da notte". In parecchie versioni per bambini delle favole dei Grimm, tuttavia, il vaso da notte è ingentilito e trasformato in "tana", o qualche altro termine ancora più delicato. L'interpretazione hollywoodiana segue fedelmente questa idea della variante soft. Dorothy appare piuttosto ben nutrita, e non è povera realmente, quanto piuttosto irrelisticamente.
Quando arriva nel cortile della fattoria vediamo (con l'ausilio del fermo immagine) l'inizio di quello che sarà un motivo visuale ricorrente. Nella scena che abbiamo fermato vi sono Dorothy e Totò sullo sfondo, diretti verso un cancello. Alla sinistra dello schermo c'è un tronco d'albero, una linea verticale che echeggia i pali del telegrafo della scena precedente. Appesi a un ramo che taglia la scena in senso pressoché orizzontale vi sono un triangolo e un cerchio (per l'esattezza una camera d'aria). In campo medio vi sono ulteriori elementi geometrici: le linee parallele dello steccato, la barra diagonale che divide il cancello. In un secondo momento, quando scorgiamo la casa, il tema della geometria elementare è nuovamente proposto, dato che essa è tutta angoli e triangoli. Il mondo del Kansas, quel grande vuoto, è condotto alla forma di "casa" mediante l'impiego di linee semplici ed elementari; non c'è traccia delle familiari complessità urbane. Nel corso di tutto Il Mago di Oz, la casa e il senso di sicurezza sono rappresentate da una siffatta semplicità geometrica, mentre il pericolo e la malvagità sono infallibilmente curvi, irregolari e deformi".