Prendete un esperto di buddhismo ed egittologia. Fate che sia un giovane russo che ha assistito attonito al crollo di un continente. Dotàtelo di un umorismo feroce che non dà tregua. Fate in modo che sappia scrivere benissimo: ritmo esaltante, capacità inventiva, immagini folgoranti. Avrete creato Viktor Pelevin, il più promettente autore della giovane generazione planetaria, celebratissimo negli States per Omon Ra e attesissimo per il suo prossimo The Buddha's Finger. E' però in Babylon che Pelevin raggiunge l'apice del suo mix stralunato di competenze teologiche e satiriche.
Pelevin apre questa cavalcata folle e senza respiro con una mossa di scacchi geopolitica e culturale che già appariva maestosa negli anni Settanta, con la sua tracimante vena di grottesca tragedia: via il comunismo, dentro una bibita marrone zuccherina e gasata. A morte Stalin, evviva la Pepsi. E' un omaggio dovuto, che iscrive Pelevin nella schiera di tutti gli indagatori di icone pop: anche le più logore e scontate.
Vavilen (Babylon) Tatarskij, letterato ridotto al fallimento dal collasso sovietico, è l'eroe della generazione mandata allo sbaraglio da Pelevin in questo romanzo dirompente, un autentico caleidoscopio infranto sulla Nuova Russia. Tatarskij è uno che - come Pelevin stesso - non desiste dal domandarsi "se fosse davvero valsa la pena di trasformare l'impero del male in una repubblica delle banane del male, che per di pił importava le banane dalla Finlandia". Quesito che, più che belletto post-postmoderno, è divenuto patrimonio genetico della lacrimevole e sterminata patria russa.
Il povero Tatarskij attraversa misteriose e umilianti soglie iniziatiche come se stesse andando a funghi in una umida giornata novembrina: da un chiosco di sigarette all'universo della pubblicità fino alla Rivelazione, per l'eroe sfigato di Pelevin è un susseguirsi di eventi allegorici che rimandano a Tati, Tarantino, Bulgakov, in un'allegra e dissennata esplosione di tutte le tradizioni disponibili a un russo della "generazione P" - la generazione di Pelevin stesso, autore postbolvescico dell'equivalente della "x-generation" a firma Coupland. Il lavoro di Tatarskij - un iridescente sdoganamento dei prodotti occidentali a uso e consumo della cultura russa - è una parodia del medesimo lavoro di scrittura di Pelevin (il tizio ombroso nella foto a fianco): il quale, tuttavia, non si limita all'importazione, bensì esporta - e clamorosamente - ciò che resta della sua Russia all'ovest.
Tra slogan della Reebok modellati su emulazioni volgari di quelli della Nike, perigliose e metafisiche catabasi in esperienze con funghi allucinogeni, buddhismo praticato in dialoghi semiseri da ubriaconi di kolkoz, riapparizioni del Che in mezzo a teoremi neomarxisti sul potere della tv, il nostro Tatarskij giungerà a un'ambigua illuminazione sull'origine del male del mondo, a fronte di un'apparizione della dea assiro babilonese Ishtar, che svela la Verità celata dietro il Complotto.
Un romanzo che è una meditazione metafisica, un trademark della nuova letteratura e un'occasione per grasse e acutissime risate. Un cocktail narrativo che solo Pelevin era in grado di regalarci. Non vediamo l'ora di leggere il suo prossimo Buddha's Finger.