Dal New York Times del 23 gennaio 2000 Gogol à go-go di JASON COWLEY
Io e Viktor Pelevin stiamo chiacchierando in un sushi bar sul vecchio Arbat, invaso dai turisti come sempre. Dopo l'estate insolita, durante la quale le temperature hanno scalato vette non certo peculiari per la Russia, è tornato il grande freddo. [...] La nuova mosca dà tutta l'impressione di attraversare una fase da Repubblica di Weimar: è un posto tossico, pericoloso, dove i tassisti non riescono a farsi pagare, i cittadini girano in auto patentemente rubate e dove voraci prostitute con le labbra siliconate spadroneggiano per i corridoi degli hotel internazionali. Pelevin resta al tempo stesso esilarato e schifato da questa semianarchia. A settembre ha fatto nuovamente le valigie, per la Germania prima e poi per la Corea del Sud, dove ha assistito "al passaggio al nuovo millennio" passando l'inverno in profonda meditazione tra monaci buddhisti. "Quando sono in Corea, medito tutto il giorno, e tutto il mondo scompare nel silenzio" dice. "Smetto di fumare, sono disciplinato, posso concentrarmi su ciò che è davvero importante. Vivere qui in Russia ti abbatte, soprattutto se sei una persona intelligente. Non c'è società civile. I cittadini non sono protetti dalla corruzione che imperversa ovunque. La gente comune sta molto peggio rispetto ai tempi del comunismo. Semplicemente, se devi vivere coi soldi della pensione o coi sussidi, non tiri la fine del mese". Pelevin, invece, è fortunato: guadagna sui cinquantamila dollari solo scrivendo - una cifra che lo proietta nella fascia abbiente e gli permette di viaggiare spesso, per mesi interi.
A differenza di quanto capita generalmente a uno scrittore russo, non è cresciuto in una famiglia di letterati o intellettuali o dissidenti. I suoi genitori facevano parte della vecchia nomenklatura: suo padre era un ufficiale dell'esercito, sua madre un'economista dell'antica repubblica kazakha. Passavano le vacanze in una base militare moscovita: "Mi piaceva quel posto, davvero - ricorda Pelevin. "Era come un immenso campo da gioco pieno di soldati. Adattissimo a esercitare l'immaginazione". Quando è a Mosca - e questa è una sorpresa per lo stuolo immane di ammiratrici - vive con la vecchia madre. (Per inciso: mi ha tenuto lontano da casa sua, per quella forma d'imbarazzo tipica di chi a Mosca abita nei palazzoni in vecchio stile realistico socialista.) Dice Pelevin: "Mia madre mi lascia in pace. Basta solo che io sappia dov'è. Non devo starle dietro tutto il tempo". Viktor ha una fidanzata storica, che si chiama Nina, lavora in pubblicità e vuole sposarlo. Lui però è sempre indeciso. Osserva la mia fede di nozze e mi chiede: "Pensi che dovrei sposarmi?". Gli chiedo perché no. Risponde: "Non è poi questa grande idea crescere i bambini in Russia. E poi io viaggio in continuazione. Nina pensa che io sia un imbecille". E ride.