Quattro sequenze narrative che trapassano dai Settanta a oggi: un'allegra e disperata (ma anche: disperante) passeggiata letteraria in questo delirio di cose e nomi che è l'Italia di questi ultimi trent'anni. Così, con una venatura non secondaria di impegno civile, Aldo Nove prende di petto quello che gli sta più a cuore: il cuore, per l'appunto. Amore mio infinito è lo struggente e stralunato controcanto di ciò che l'Italia non è più in grado di esprimere (amore, anzitutto) e di ciò che un trentenne italiano come Aldo Nove richiede con stremato dolore (anzitutto, amore).
Le quattro sequenze trapassano dall'amore prepuberale a quello puberale a quello iniziatico a quello maturo e casuale di oggigiorno, attraverso uno svolgimento temporale che Nove converte, de facto, in un attraversamento culturale e sociologico. In questo, ci pare, l'autore ex cannibale si affianca al Tiziano Scarpa di Cos'è questo fracasso: sono autori che reimpiegano una passione civile al servizio della narrativa, e viceversa, proprio come (con ideologie e stili differenti) hanno fatto in passato Pasolini e Fortini. La messa in scacco dell'oggettistica e della gadgettistica del trapasso dall'era preglobale all'attuale globalizzazione, in effetti, altro non è che l'ultima forma di un'eterna movenza della nostra narrativa, che da Nievo a Pavese ha cercato - come ha potuto, beninteso - di rappresentare se stessa e l'Italia. In questo esercizio che - nonostante si parli di McDonald's o dei Kraftwerk - è più rigoroso che puramente iconico, Aldo Nove non fa quello che i critici continuano ad asserire che sta facendo: non ci restituisce un ritratto, non fa opera di imitazione del mondo, bensì lo dissolve con una gragnuola di ritmi, metri, registri e stili che - ben vedere - è prodigiosa per sapienza, maestria e orecchio. Speriamo che non dispiaccia a Nove, se affermiamo che in questa prospettiva si ritrova a ereditare e forse a migliorare una vocazione letteraria alla Arbasino: Paesaggio italiano con zombie è un libro che - diversamente, certo, nei modi e nelle forme - avrebbe potuto scrivere lo stesso autore di Woobinda, con la sua opera di semiconscia riscrittura di un Fratelli d'Italia post-postmoderno.
La sapienza stilistica di Aldo Nove gli deriva da una lunga e costante frequentazione della poesia - italiana e non. Quando ancora si chiamava Antonello Satta Centanin (il suo nome anagrafico), l'autore di Puerto Plata Market sfornava endecasillabi à go-go. Era una forza della natura e della metrica, che esplose proditoriamente in maniera esuberantemente incompresa nei racconti di Woobinda: con tutta probabilità, quei racconti appartenevano più alla tradizione poetica italiana che a quella narrativa. Non è soltanto l'intreccio retorico, il continuo spostamento metrico, l'impressionante varietà dei ritmi a fare di Aldo Nove il migliore scrittore contemporaneo italiano. E' la riuscita totale del suo lavoro linguistico a sconcertare: si tratta dell'immagine più fedele e più profetica dell'uomo di oggi, una sorta di ente neanderthaliano che vive a Milano, non capisce più nulla nell'assurdo contesto di iperstimolazione in cui è immerso, ama come può, pensa come può, soffre come sempre.
Certo, esistono ancora limiti e ambiguità in Amore mio infinito: a partire dalla trama per finire con il lavoro di sintassi delle strutture, Aldo Nove ha ampi margini di miglioramento. Però va ammirato per quanto sta facendo: è totalmente frainteso dalla critica - giornalistica o accademica che sia - e, forse, un successo spettacolare è meno desiderabile di un anonimato autentico. Forza, Antonello: tifiamo per te...