Gli scrittori di Vichy
tra infamia e grandezza di Carlo Bo
Più si ritorna con la memoria ai giorni della disfatta francese, più ci si convince che non si era trattato soltanto di un crollo militare e politico, ma di qualcosa che rientrava piuttosto nel quadro delle ragioni morali e spirituali del tempo. Bas ta pensare al disorientamento della parte più nobile degli scrittori e degli intellettuali francesi di fronte alla disfatta; troppe volte le prime reazioni indicavano indirettamente una mancanza di senso di responsabilità che era cominciata molti ann i prima. Naturalmente, queste impressioni non avevano nulla a che fare con le spiegazioni e le accuse del Maresciallo Pétain e dei suoi sostenitori che ravvisavano in André Gide il vero colpevole della decadenza francese. Si vuole soltanto dire che , stando a certe testimonianze private del tempo, perfino Frannois Mauriac si sarebbe recato dalle autorità naziste per offrire se non la sua collaborazione, almeno una sorta di non-belligeranza e di non-ostilità. Uscendo dalle testimonianze privat e (questo fatto di Mauriac mi era stato riferito da Federico Federici, che si trovava a Parigi), basta pensare alle confessioni e alle perplessità di Gide e degli altri collaboratori della Nouvelle Revue Frannaise: si doveva pubblicare o invece si do veva tacere? Chi osservava la scena di quei primi mesi di guerra in effetti immaginava un'altra reazione in base alle letture fatte per vent'anni: era certo che sarebbe stato scelto non solo il silenzio, ma anche una opposizione robusta fondata sul la democrazia e sull'antifascismo. Un sogno e un'illusione e addirittura un abuso di fiducia giacché non erano mancati già prima i segni di una corruzione intellettuale piuttosto consistente. Non c'era solo l'Action Frannaise, né solo la lunga lezion e del suo fondatore Maurras, c'erano invece a chi avesse voluto leggerli nel senso giusto dei segni indiscutibili di una visione politica volgare che postulava una resa completa al fascismo e al nazismo e purtroppo c'era anche un chiaro riferimento a lle idee razziste, anche se sempre Maurras raccomandava di distinguere nettamente il suo razzismo da quello nazista. Su quello che è stato il periodo di Vichy si è detto se non quasi tutto, almeno le cose principali e si è messo a fuoco un altro pr oblema, il passaggio in forze dal razzismo all'antisemitismo. Anche qui le radici erano antiche e l'eco dell'affare Dreyfuss non era del tutto spento. Comunque con il 1940 tutte queste strutture antidemocratiche si rafforzavano e chi aveva adorato la Francia o l'aveva presa ad esempio era costretto ad aprire un capitolo nuovo dove la violenza dominava incontestata, insieme alla volgarità. Un libro apparso recentemente, L'antisémitisme de plume 1940- 1944. Etudes et documents, opera diretta da Pi erre-André Taguieff e pubblicata da Berg International Editeurs di ben 618 pagine (franchi francesi 180), racconta e restituisce tutto quello che è stato fatto e detto contro gli ebrei, privilegiando i due maggiori scrittori che si erano schierati no n solo sotto le bandiere di Pétain, ma anche sotto quelle di Hitler: Céline e Rebatet. Del primo sembra superfluo dire ancora qualcosa, essendo stato studiato e sviscerato sotto ogni punto di vista e alla fine assolto per i suoi meriti letterari, men tre il caso di Rebatet richiede forse una diversa attenzione, visto che la sua passione non era così totalmente dominata dall'odio e dal desiderio di distruzione. Céline aveva già un bel curriculum di antisemita, ma dopo il '40 andò oltre imboccand o un razzismo scientifico, quale a suo avviso neppure i nazisti osavano sperare. Tuttavia non si può non continuare a chiederci come mai uno scrittore di quella forza e di quella novità si sia lasciato trascinare da uno spirito più che polemico, pred icatore di morte e di rovine. Che dire poi quando invitava alla delazione e invocava l'uso delle armi? Infine un'ultima domanda: Céline era un caso isolato di follia oppure nelle sue farneticazioni sapeva di potersi rivolgere a una famiglia totalment e diversa che, camuffandosi per ragioni politiche, obbediva a un altro credo politico, diverso da quello ufficiale? Gran parte della storia di Vichy e soprattutto di certe sue responsabilità sembra fatta apposta per rendere più chiaro il quadro delle ambiguità francesi. Proprio in questi giorni si sono riaffacciate sul teatro del passato prossimo posizioni come quelle raccontate o romanzate dall'Accademico di Francia D'Ormesson su certe confidenze che avrebbe fatto il presidente Mitterrand. + sempre difficile ripensare il passato e quasi impossibile istruire processi, comunque certi climi, certe posizioni comuni qualcosa vogliono dire, e senza voler scagliare la pietra contro qualcuno si deve ammettere che un cedimento c'è stato, che ci s ono state delle colpe e che tali colpe hanno generato lutti e distruzioni. Purtroppo la storia continua a parlare anche quando il disastro appare consacrato nei libri, nelle memorie e soprattutto dentro le nostre coscienze. Ecco perché non possiamo d ire che il male non esiste, così come non si può credere, illuderci che ci sia un riscatto e la rigenerazione.