Alcune parole a mo' di introduzione
di Clemente Piovani
Bisognerebbe rinunciare a tradurre il Céline pamphlettista fino a quando la storia non ci avrà separati da certe espressioni troppo recenti dell'accecamento della specie umana in relazione a una parte di se stessa rigettata all'esterno, espulsa, ab-ietta sotto forma di responsabile e dunque capro espiatorio e dunque colpevole e dunque vittima di "tutti i mali del mondo", del Male (assoluto, metafisico, sostanziale). Lo sguardo che identifica il male con qualcosa di preciso - un individuo, un gruppo, una razza e, in fin dei conti, perché no, un'idea - diventa perciò stesso espressione-incarnazione banale ma quanto mai efficace della negazione, del No assoluto nel quale moltissime tradizioni hanno identificato la parte oscura e inquietante dell'animo umano. Non si può evidentemente seguire Céline sul terreno del suo antisemitismo. Evidentemente. E, nello stesso tempo, non ci si può rifiutare di prendere coscienza, di essere coscienti (in prospettiva) del lavoro di cancellazione prodotto dal tempo che incessantemente scorre, dalla storia. Di solito non ci si chiede quale fosse l'atteggiamento degli scrittori classici di fronte alla schiavitù, per esempio. Non avevano neppure bisogno di parlarne, tanto vi aderivano. Eppure, in questa omissione del nostro sguardo sul passato, non pertanto ci sentiamo complici di un atteggiamento-convinzione che ci appare totalmente aberrante.
Ho tradotto l'incipit di questo pamphlet antisemita (L'école des cadavres) perché aveva la forma di un racconto e non aveva nulla di antisemita a parte un cognome che del resto ho censurato. Ho tradotto qualcosa che somigliava, che poteva essere letteratura: ero giovane, avevo voglia di tradurre Céline, mi ero in un certo senso innamorato di questo petit poème en prose (come l'ho chiamato).
E poi, immediatamente, mi sono detto che non era il caso che nessuno leggesse questo testo, neppure come frammento inidentificabile: c'era ancora troppo odio disposto a prendere la forma di un atteggiamento razzista (se non letteralmente antisemita). Per questo è rimasto chiuso nove anni in un cassetto della mia scrivania. Adesso ne è uscito, l'ho tirato fuori con queste poche parole a mo' di introduzione. Difficile dire perché. Forse perché, nel frattempo, si è separato dal corpo testuale al quale apparteneva sotto forma di prologo (di captatio benevolentiae, in effetti, introibo innocuo a qualcosa che continua ad apparirmi totalmente spaventoso). Adesso è qui. E la situazione del suo traduttore non è meno ambigua, evidentemente. Evidentemente. E' accaduto qualcosa: difficile dire che cosa. Ho accettato questa ambiguità, forse. Troppo facile separare ciò che comporta una contaminazione da ciò che non contamina: l'uomo Céline, lo scrittore Céline ha bisogno di questa malignità di sguardo, di questa sconfortante assenza di pietà, di questo accecamento nei riguardi di un meccanismo fondamentale dell'uomo nei confronti della parte oscura dell'esistenza, della sua parte oscura, per costruire il proprio mondo. Attraverso questo accecamento, ci fa vedere delle cose, cose fondamentali da conoscere (per conoscerci, per conoscere la nostra stessa abiezione: non siamo innocenti, siamo innocenti solo del male, della violenza perpetrati dagli altri: sempre lo stesso meccanismo, la stessa struttura profonda di espulsione-allontanamento).
In realtà, ho scritto questa nota in francese, in lingua di esilio, in lingua di esodo. Del resto Céline è uno pseudonimo, il segno dell'esodo di una coscienza nella lettera/letteratura. E anche il nome del traduttore è uno pseudonimo, il segno dell'esodo di una coscienza sulla pagina alla ricerca di una innocenza mai esistita se non nella mente di quanti pensano sia semplicissimo, quasi automatico, schierarsi sempre dalla parte giusta della storia esibendo una attitudine asettica, legata alla pura forma, nei confronti delle parole scritte. A posteriori: evidentemente.
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