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  I RACCONTI DELL'ARCOBALENO: IL LIBRO
I racconti dell'arcobalenoDa che parte accostare i racconti che William Vollmann spara in tutte le direzioni e raccoglie sotto l'insegna del meno pacifico tra gli arcobaleni letterari? Potremmo leggere, tra le righe feroci e via via lisergiche e realistiche di questo grande drop-out una sorta di sterminato capolavoro alla Truman Capote: ma un A sangue caldo, piuttosto che un A sangue freddo. Riedificatore della decadente tradizione del reportage letterario (al tempo stesso oggettivo e moralista), Vollmann innesta l'intera tradizione postmoderna tra le sillabe rutilanti e smozzicate del suo slang impossibile. William VollmannO meglio: la tradizione postmoderna non c'entra nulla. C'entra, piuttosto, la psicosi di cui Billy soffre e che contiene grazie a massicce inoculazioni farmacologiche, e che altro non è se non una prodigiosa visionarietà (questa sì avvicinabile all'eruzione immaginifica di Pynchon), che viene però fedelmente tradotta in un caleidoscopio di esperienze esistenziali che, da solo, meriterebbe l'etichetta di leggendario maledettismo all'autore di Atlas.
E' da questa duplice, contraddittoria e sublime matrice che nasce l'incredibile sequenza dei Racconti dell'arcobaleno, un testo uscito nell'89 e proposto ora in Italia, grazie alle fatiche del duo Carratello-Briasco (direttori della collana AvantPop) nella traduzione di Cristiana Mennella: una traduzione che definire miracolosa - per fedeltà di ritmo, precisione di lessico, complicazione labirintica dei rimandi interni ed esterni - sarebbe addirittura sminuente. Vollmann viene restituito al pubblico italiano al meglio. Complimenti allo squadrone della Vita fanucciano.
Tredici racconti nati come variazioni sui colori dell'iride, ma iscritti sotto un motto che la dice lunga sulla solarità del loro autore: "Il motto di questa raccolta è: Niente è più bello del buio più oscuro". Quale buio? E' difficile stabilirlo, affrontando via via tutti i racconti del libro, come un surfista aggredisce pericolose ondate a ripetizione. Bisogna assumere una posizione moralista per definire "nere" le catabasi di Vollmann nel Tenderloin, il distretto di SF ad alta intensità di prostituzione e spaccio, dove iridescente trionfa la gloriosa miseria di un regime di sopravvivenza che sprizza autenticità e vita (vita ben più che morte). Non ci risultano neri e oscuri nemmeno i kafkiani percorsi segnaletici all'interno degli ospedali metadonici in cui si affaccia lo stranito angelo Vollmann. E nemmeno la martirizzazione a cui lo Zombie sottopone le sue vittime appare univocamente buia. Piuttosto la disperazione assoluta, consumata per frammenti granulari di gioia scintillante e romantica di Rosa gialla, il racconto dell'amore tra Vollmann e la coreana Jenny, sembra gettare in un abisso la fragilità di ogni prospettiva umana. Oppure l'atrabiliare tenerezza con cui l'angelo Vollmann avvicina le donne degli skinhead che segue da vicino, che annusa con pervicace ottusità mimetizzandosi e accettando perfino giudizi letterari da zotici lanciati alla deriva nel Nulla. Insomma: I Racconti dell'arcobaleno sono un diorama che fa collassare il pianeta in un luogo unico (in questo caso una San Francisco multiforme, tentacolare, chimica, bifronte: mostruosa) e che, allo stesso modo, pretende di trattare le virtù alla stregua dei vizi, esattamente come in un atlante iconologico secentesco.
In questo esercizio di verità nuda e cruda, Vollmann è strepitoso almeno quanto nella capacità di visionare e strabiliarsi all'interno del mito (Arancione scintillante, una variazione avantpop dal biblico Daniele, varrebbe di per sé la lettura di questa raccolta). Briasco e Carratello, nella brillantissima postfazione, recuperano l'idea di una letteratura contemporanea che, al pari della letteratura di sempre, si immerge nel crogiolo dei margini - in particolare del crimine e della dissoluzione - come terreno allegorico per enunciare la verità del mondo. Tutto ciò è vero finché l'epica avantpop resta relegata alla metafora della Metropoli. Vollmann ci ha dimostrato che così non è: che la Visione è ampia più del Pianeta e che tutto ciò che è osservabile, anche il metafisico, è epico. Per questo Vollmann resterà: è uno dei grandi del nostro tempo.


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  di Giuseppe Genna
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   data: 16 mag 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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