andavamo tutti come fosse un'emigrazione
chi per acqua chi per terra, allarmati
notammo che un leone ci oltrepassava
ma era come quando nella tundra incendiata
fuggivamo insieme felini e prede uccelli e serpi
cos'era cosa poteva esser stato nulla ricordo
non fatti precisi non odor di bruciato migravamo
in ratti gusci motorizzati e caschi a piedi scalzi
da chi sa che mossi transitavamo nel piano sembrante discesa
così potevamo saremmo riusciti a scampare a arrivare ansando entro
quando? in tempo e non contavano orario e luogo transitare
occorreva, altro corpo! snello basso e tozzo su quattro sciolte zampe
quasi una lotta di molte zampe gambe
una testa bianca tra colli di giraffe
sandali orme zoccoli nella sabbia
nel suo trotto a zig zag cinghiale irsuto
con famiglia a fianco bimbo su bici
gara di motocicli chiatte e scafi accanto
una universale processione forte respirante
sbandata ma diretta senza macchine da presa
o per quegli apparecchi occhialuti ritrasmessa
eravamo dentro pure per noi scorreva noi fissi davanti
cosa preoccupava il rinoceronte con intorno il vuoto?
la mandria pelosa che panicata quasi s'ingoiava?
la coppia remante arti e respiro sotto forte ipnosi?
il caduto rischiava tutto ma
capitava e dopo un grido d'aiuto
quasi tranquillizzato si chetava
trafitto schiacciato
trafitto schiacciato, per le mosche
i fastidiosi insetti non v'era tempo
di notarli, né i canterini uccelli
dardeggianti vi saranno stati
non era il momento di ricercarli non era il momento
andava come l'acqua un'acqua umana
e animale a non si sa che pozzo tentando
abbandonando non si sa che male
* * *
per fortuna che ci sei tu camion della ruera
per fortuna che ci sei tu nettezza urbana che togli e incenerirà
con un fracasso alle 6 di chi se ne frega, torcendo tutti
voci di maschi irati che se ne fregano
stavo acquattato nel letto notturno battendo
le ore della notte una dopo l'altra
figlio di cane padre di cane fratello
massa di fratelli dispersi uguali differenti uguali
e portata dal, di', corto sonno d'inizio
strappata da quel flusso farfuglia a vanvera
un'icona inquietante sbatte ancora le ali
ragazzo nella casa genitoriale ascoltante
una donna alta con un amico escluso miravo
imbarazzati eppure desiderantisi
spaghetti e farfalle e tortellini di dita
bocche di pomodoro lingue di saliva lunghe e larghe
o più tardi indossando un mio giubbotto
sporco davanti macchie di sigaro di mio padre
in ospedale poi morto già morta mia madre morti
tutti prima o poi noi massa d'inoltranti d'inoltrantisi
è con il muso in avanti nel buio
con il muso proteso contro il Presidente battagliero
è con il muso nel buio che sto pensiero s'avvia
immaginaz. radente e flessibonda e vorticosa e fessa
[masturbatrice in camera
stuoie alle finestre saranno brutti brividi
scie non solo mie scie non solo mie scie non solo mie
nell'eccitazione a lago fiume oceano
senza gioia invidiabile trainando viso e culo
compagni prima ritti poi distesi braccio tatuato
di più! braccio di braccia soffio d'ugola che sale
fa di ciascuno molti così m'intuo e tu t'immii
segreto del gran cazzo però ancora segreto
o quasi, carne cotta delle nuvole e del sole
la comunanza tira come una danza e
s'accende all'improvviso una polilampada
su colli riversi e svuotabottiglie
atto di rivelazione sì!
siamo intrecciati e invorticati a lato
a passo a tratto contornati d'aria
o vuoto a rendere o spirito o anima
è questo però brucia le dita
incendia i lineamenti può sorreggere
torna il violento verde: ciascuno è crocchio
l'anima creperà dentro la carne, credimi
ridda di uno-tanti
galassia personale dei presenti e dei mancanti
polvere grinta e umido dei successi fatti a pezzi
appuntamenti con attesa che arriva
ricca di si potrebbe
di forse sì
e Spinoza legge in un suo quadernetto
"grato a molti"
* * *
non sapevamo se andare ancora o restare
eravamo fermi, parecchi davanti all'acqua
poco lontano cerchio intorno un cerchio
il portone grande era sorvegliato
defluivamo dalle due parti sotto la pioggia
o era il vento strano di prima, un vento
pieno di freccine di pioggia, le luci
come grattate poi dappresso lacerate balenanti
Esterina ora era con Mauro e con Pina
era sempre stata, non lo si sapeva
con loro, loro e altri già dentro il corpo pezze
gestuali vociate, e idee rilette, intanto
due mai vicini, falco e lepre, lo erano
filando paio di braccia quasi andavano
loro sì, e non nel bagliore mercurio del cinema
molti piano molti velocissimi per poi fermarsi
una con il zampone fuori a orso leso
e dentro un luogo di pochi pietroni sedevano
certi ma per ripartire se
e se
e se e quando necessario
ma quando sarebbe stato necessario, chi lo sa
grida uno e un altro, dal dubbio flagellato
non lo si sa, rispondeva, risponde ancora
andavano tutti e stavano
come in un mallo addormentato vetrato
badili conducevano mani polsi e dita
c'era anche un poderoso fuoco da un lato
dilatantesi e vesti bruciate e corpi neri
immobili, gremiti tutti i sentieri
alta la notte, annunciata da slanci di viola
per un po' di quiete era meglio venisse
o non perché nel buio si poteva cader da qualche parte
un'auto procedeva, fine benzina, a colpi di
tosse, zeppa di crani e scatoloni e gatti
uguale una gola urlava: vàttene vàttene
drizzato sui pedali scrutava un individuo magro di'
o era un insieme telaio animale ignoto
nessuno sapeva dove recarsi e come di'
ragazzi e ragazze si davan a qualcuno
anziano perlopiù forsennato senza badare
e sussurrando gorgo gorghetto mio
li girava e li penetrava o faceva finta di'
intervistatori microfoni sulla fronte
era un tamburo cieco che guidava
all'inizio e o in mezzo e o in coda
inizio frammezzo
milioni che vagavano asseprivi qua e là
renne con sotto il ghiaccio trattenevano lo scatto
lupi muti come sopra uno scudo di bronzo