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POESIA: MAURIZIO CUCCHI
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  ITINERARIO POETICO: "IL DISPERSO"
Poesie 1965-2000Il 1976 fu un anno leggendario per la poesia italiana. Due voci, assolutamente nuove e assolutamente antitetiche, irruppero sulla scena della letteratura italiana, e rivoluzionarono i modi di leggere e sentire la poesia contemporanea. Da un lato, Somiglianze di Milo De Angelis (con le sue fitte accensioni oniriche, con i suoi scandagli metafisici, con il suo malcelato disinteresse per una lingua gelida e per uno stile levigato) e dall'altro Il disperso di Maurizio Cucchi ebbero in sorte di strutturare il nuovo panorama poetico italiano, completato, di lì a poco, dall'ingresso del giovanissimo Valerio Magrelli di Ora serrata retinae. Et voilà: la poesia dei trent'anni successivi era fatta. Con ovvie dismissioni, poi tramutate in nuovi, vertiginosi risultati: i tre poeti (diversi non soltanto per voce, ma anche per età e formazione) avrebbero conferito più o meno virtuose discontinuità al proprio percorso. La seconda edizione de IL DISPERSO, uscita da GuandaVirtuosa sicuramente la discontinuità di Cucchi, che si colloca - ma è un nostro personalissimo parere - all'altezza del secondo libro, Le meraviglie dell'acqua, quando si avvertiva la transizione da un'epica, cercata e raggiunta con livelli di pathos e precisione impressionanti, a una lirica di specie altrettanto nuova; meno virtuosi i singulti di Milo De Angelis, la cui inesausta ripetizione di moduli e stilemi lasciava intravvedere soltanto la possibilità di un bilancio su lungo periodo; inquietanti, invece, le assenze del più giovane dei tre, Valerio Magrelli, che con Esercizi di tiptologia (e con il successivo silenzio) sembrava lasciare intendere che la vena fosse stata prosciugata o, com'era più plausibile, si fosse interrata, carsicizzata, per riemergere in nuove e più individuate forme. A distanza di quasi trent'anni, tuttavia, il bilancio conferma che Cucchi, De Angelis e Magrelli sono la scena poetica italiana. Con una differenza specifica importante: per sentimento, potenza, immaginario e stile, è Maurizio Cucchi a rappresentare al meglio la poesia italiana che si affaccia - se possiamo così designarla - all'epoca del dopo Zanzotto. La sua parabola è completa: nell'esaurire lo spettro delle sue possibilità, l'esordio e l'approdo di Cucchi costituiscono un ciclo organico e totale con cui dovrà fare i conti qualunque poeta italiano di questo secolo appena iniziato. Dal Disperso a L'ultimo viaggio di Glenn, perlomeno per quanto riguarda i poeti più giovani (e ci riferiamo ai trentenni), si disegna un arco voltaico che illumina l'orizzonte e che risulta imprescindibile: da un punto di vista antropologico perché, ben oltre le profezie pasoliniane, disegna davanti a noi la scomparsa di un mondo che fu; dal punto di vista dell'immaginario, perché Cucchi è illuminante nello strappare la poesia dalle sedi critiche deputate, nel farla collidere con quanto era venuto prima, provocando vertigini e immagini che lasciano il segno e che anticipano il futuro, esplodendo in schegge luminose, in lacerti onirici, in tracce sospese, che si seguono immergendosi in una lingua perfetta eppure densa, fangosa, più reale del reale.
Il disperso fu - e continua a essere - una rivelazione. Nonostante Giovanni Raboni, nella mitologica quarta della prima edizione, richiami Céline (soprattutto a proposito delle continue sospensioni, della protratta tensione inoculata tramite reiterate epoché), non è tanto l'autore del Voyage a cui bisogna pensare. Perché non è al passato che bisogna riferirsi, leggendo Il disperso. Questo libretto di poesia che scatena un istinto epico senza pari nel Novecento (una nuova epica: assolutamente rinnovata nei modi e nei temi), anticipa di vent'anni due fenomeni coessenziali, che strutturano l'odierno rapporto tra mondo e letteratura: da un lato un mondo in cui sparisce un'umanità (e quindi spariscono le cose), a fronte di una letteratura che cerca di rispondere (ma fuori dalla poesia) incrementando i tassi di sospensione (cioè di suspence) e strappando il corpo stesso della scrittura verso àmbiti contaminati e generalmente extraletterari. Per quanto sia paradossale ed estranea alle osservazioni critiche ortodosse, l'impressione che Il disperso anticipi i modi e il recupero delle movenze del noir è sostanzialmente corretta e abbastanza sorprendente. Al giorno d'oggi si tende a considerare la poesia una forma di scrittura essenzialmente altra dalle modalità della prosa e della letteratura che le si muove attorno. Ciò è vero finché si consideri la grande tradizione dell'ultimo Novecento: da Caproni a Bertolucci allo stesso Zanzotto, gli occhieggiamenti alla prosa nascono sempre dal sentimento di un'estraneità che verrebbe da definire "di casta". Chi tuttavia abbia letto anni fa Il disperso e si sia trovato di recente a compitare l'immenso corpus di Underworld di DeLillo (ma è soltanto un titolo tra i molti che si potrebbero citare), non può fare a meno di notare la sostanziale convergenza del discorso ontologico (più che sociologico) dei due testi. E' il versante meno indagato della poesia di Cucchi: la sua capacità di esprimere futuro, di sintonizzarsi sulla frequenza delle vibrazioni che giungono dal domani. Da un punto di vista, si può forse dire che Cucchi esprima una soltanto tra le molte possibilità scatenate dalla poesia di Zanzotto. Però è certo che la poesia di Cucchi arriva (per un mistero che concerne la banalità della natura umana: Cucchi è un poeta, altri non lo sono) direttamente al nostro presente e al nostro futuro, presentendoli e dandone rappresentazione (a volte, per compiere questo doloroso lavoro, serve cancellare la rappresentazione: ed è ciò che Maurizio Cucchi ha fatto sin dall'esordio). Si può leggere Il disperso raccontando tutto quanto viene raccontato solitamente di Cucchi: che la sua è una poesia che tende al basso; che appartiene alla linea lombarda e la riforma dall'interno; che il suo onirismo stravolge e accompagna l'apparente minimalismo dei riferimenti più immediati. Per questo, basta leggersi l'ottima postfazione di Alba Donati, uno dei resoconti critici più puntuali e completi sull'opera di Cucchi. A noi interessa un altro aspetto: è la vocazione al futuro che il poeta milanese sprigiona in maniera istantanea, sin dal primo suo libro. Il disperso è, a tutti gli effetti, un noir. E' una ricognizione totale nell'àmbito magnetico e ozonato del dolore, nel preciso momento in cui il trauma spezza le percezioni e le disloca impedendo loro di fluire nel vissuto e nella dimenticanza. Questo trauma coincide con la ricognizione stessa: impedisce l'agnizione, che è poi la suprema delle agnizioni: quella della morte (in questo caso, del padre Luigi). La ricognizione, sempre incompleta (poiché se fosse completa impedirebbe la sua propria esistenza e fluirebbe in un riconoscimento finale e pacificato) mette in moto una struttura che è narrativa (o quasi): si procede per illuminazioni nel buio, per reperimento di referti e prove, per intuizioni della complessità di un disegno criminale (con tutte le valenze del discorso esistenzialista, qui magistralmente riassunte). Ciò che Cucchi mette in mostra (e lega con l'abilità di un perito del mistero) sono emblemi: non simboli, ma avanzi significativi di una realtà che è stata e che sarà, il cui significato, per l'appunto, non si riesce a stringere. Reperti luminosi, reperti numinosi che strutturano una trama inesistente, mai riconducibile a una soluzione: dal memorabile incipit ("Nei pressi di... trovata la Lambretta"), alle continue rivelazioni modulate come colpi di scena (due esempi: "... ma la sorpresa... (stringendone la mano / grossa sulla porta)... 'vieni' alla madre '... / vieni... dall'aldilà... in carne e ossa... lui... // È TORNATO."; oppure: "Così come lampo il colpo di telex: / "È DECEDUTO SUBITO. PERDEVA SANGUE / DALLA BOCCA E DALLE ORECCHIE"), fino al reperimento degli oggetti ultimi e quasi indicibili ("Sulla tavola il pane, i pesci. / I piatti di alluminio."; "Ecco... / ECCO / Così SCAGIONATE perbacco / a passeggio REALI qua e là / LE PERSONE LE COSE"). E intanto una dolcezza mai dissimulata (il "magone", il "povero Ambrosini", "Agnese, / dolcissimo nome di tanti anni fa") si intreccia all'opera profonda di escavazione: della memoria (pubblica e privata), della realtà (idem), del futuro atteso col tremore che il passato ha impresso con i suoi drammi in una mente ormai incapace di voracia e autisticamente ripiegata su di sé. Nasce così la vertigine del "piccolo": nulla di più distante dal minimalismo con cui Cucchi è stato a volte erroneamente bollato. Lo spirito in attesa, seminascosto, più volte assimilato a un animale (proprio alla Kafka; proprio per rispondere, come ben vide Benjamin, al dolore con gli emblemi), il poeta è una panoplia mancata, eppure non meno rivelatrice, non meno trasognata. Scartando, parlando dell'assente con l'incertezza che dovrebbe governare i rapporti dell'uomo con il suo presente, l'io inscenato da Cucchi addiviene così, timidamente e cinicamente e con forza, l'individuo del tempo che si annuncia: un individuo alla deriva (si, ma di cosa?), un individuo che si governa nello sballottamento, che tenta comunque e nonostante tutto l'impresa del riconoscimento finale, che sente comunque e nonostante tutto trasudare di senso il mondo. Laddove prosa e poesia tendono a confondersi, anche lo psichico tende alla mescola con il reale. Se leggete un romanzo, cosa vi resta? Forse qualche immagine slacciata, luminosa, angolare. Se cercate di riprendere la coerenza di quanto avete vissuto, cosa resta? Un braccio, un volto, alcune cose. Questa poetica dell'emblema (mai teorizzata, ma sempre praticata con innocenza e pervicacia) introduce la creatura al mondo postumo: quello odierno, dove i migliori scrittori parlano dei vivi come se fossero morti e dei morti come se fossero vivi. Era il 1976: con Il disperso, Maurizio Cucchi aveva già anticipato tutto.

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  di Giuseppe Genna
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   data: 19 set 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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