Ritorno a Planaval è un libro strutturato in maniera organica, anche per la vicenda autobiografica che lo sostanzia.
Credo sia stato Vittorio Sereni a sostenere, a proposito di Ariosto, che si trattava di un grande lirico che si è forzato a fare il narratore. È il tentativo a cui guardo e che spiega l'impiego del racconto come imperativo, esplicitato con formule precise ed esposte: "Comincerò col dire", "Riuscirò a raccontare a me", soltanto per fare due esempi. Cerco di pervenire al racconto di cose ipercondensate e iperliriche.
Così facendo, ti esponi a un rischio, a un'antica accusa, che non coglie mai il segno. Possono tacciarti di minimalismo....
Quest'accusa nasce da una certa confusione che si fa tra un'aura di classicismo e il minimalismo stesso. Parlare da un punto di vista autobiografico, per esempio, non è minimalista: nasconde anzi un forte impegno antideologico.
Due Limiti danno inizio e conclusione al libro. È una traccia dell'organicità strutturale del tuo libro?
Il percorso strutturale non è poi così preciso. È certamente un itinerario che si snoda tra un limite di entrata e un limite di uscita, che si corrispondono e si oppongono. I sensi, la prima poesia, mantiene in sé una sapienzialità che contrasta con la liricità pura. L'ultima poesia, Poesia che ha bisogno di un gesto è ormai convertita a un piano prosastico.
All'interno il tema fondante sembra essere quello del rapporto tra letteratura e vita.
Ci sono due modi di intendere l'identità tra letteratura e vita. Da una parte, c'è la vita portata dentro la letteratura: ma non mi pare il mio caso personale. D'altro canto, c'è l'operazione inversa, quella che porta la letteratura nella vita: qui mi riconosco. Per me - dico proprio per me personalmente - non si tratta di barcamenarmi tra comprensibilità e poetica: il discorso è più sostanziale e, al limite, potrebbe a certe condizioni mettere in forse la mia stessa attività di scrittore. In conseguenza a questo sentimento della poesia e del mondo, io tento di lavorare su una lingua normale, quella più parlata, per giungere a un esito che supera, per esempio, il lavoro sulla lingua bassa che compì Vittorio Sereni, utilizzando una sintassi iperaulica che tendeva a nobilitare il parlato, concedendo un effetto di naturalità sopra la quale e sotto la quale, tuttavia, si avvertiva una pesante letterarietà. Io certo percorro la scia aperta da Sereni, ma vorrei andare oltre: vorrei prendere il parlato, stare sul colloquiale, rendere il silenzio che è presente nel parlato. Anche per questo, una delle modalità che mi vengono più naturali è la valorizzazione ritmica del luogo comune.
Questa è una posizione che soltanto in superficie può apparire debole, ma in realtà è estremamente potente...
È chiaro che una scelta simile pertiene alla persona. C'è una dicotomia tra chi ha un mondo forte e scrive (penso, per esempio, a Mario Benedetti) e chi non conosce il proprio mondo, come me. Se io tento di conoscerlo attraverso la ragione, lo ideologizzo. Per questo affido la scrittura al momento formale: parto da ritmi e sintassi, perché grazie al ritmo è come se parlasse il corpo e, alla fine, il ritmo diviene sinonimo di stile. A mio parere, il ritmo è ciò che resta dopo che si è buttata via tutta la zavorra del rumore del mondo.
Al fondo di questa operazione si raggiunge appunto uno sfondo: condivisibile, umano. È qui che la letteratura può toccare la comunità umana, la condivisibilità?
Questo è il tentativo. Sedimentate le cose, si creano delle aperture e diviene possibile rendere la nudità della percezione. In un certo senso, ciò significa opporre la percezione ai significati, che esercitano un'autorità sempre maggiore, amplificando il rumore di fondo. Il nostro mondo è strapieno di significati. La percezione si oppone come possibilità di tornare al rapporto puro "io"-"tu", "io-cosa", "io"-"mondo", sospendendo quel rumore, reimmergendo questo rapporto nel silenzio, riuscendo per attimi a fare tabula rasa dei significati. In questo certamente risiede una sorta di engagément umanistico.
Un'operazione che può essere fraintesa...
Certo sono presenti rischi, ma anche vantaggi. Tra i primi: l'accusa di buonismo, il rischio del patetico che non si sa controllare. Tra i vantaggi: parlare di esperienze che tutti riconoscono, insinuando in queste esperienze minime (sia la presenza di un frammento di vetro, della vicina di casa, di un colombino alla finestra) un tipo di percezione più intensa che nell'esperienza prosaica.
Una domanda da bravo giornalista culturale: quali autori ti hanno formato? Cosa pensi del panorama poetico contemporaneo?
Sicuramente sono stati importanti per me Sereni, Zanzotto, Wallace Stevens (il massimo quanto a freddezza e assolutezza della percezione), Char, Cortázar. Qualcosa, poi, si muove nel nostro panorama poetico: Silvia Bre, Mario Benedetti, Umberto Fiori, Claudio Damiani, Antonio Riccardi: sono gli autori che stimo maggiormente, che mi sembra abbiano futuro.
Stefano Dal Bianco - Ritorno a Planaval - Mondadori - 18.000 lire
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