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  STEFANO DAL BIANCO: POESIE
I sensi

Il pesco che vedo fiorito tra i cumuli della città di Milano non è l'idea della vita che vince il cemento ma solo un'aria di cemento, una vita di cemento nel pesco, la mia vita. La nostra vita elusa sopra i tetti.

Allora guardo la forma del pesco,
scavo nella sua chioma piccola di ladro
la parola pianta, la parola parola
che lo possa salvare
che mi possa salvare e provo a dire: sì,
per la forza di una parete, sì,
perché il tempo ripeta
tante volte la stessa stagione
e mai nella mia casa.

Sono sul muro sette sensi
legati l'uno all'altro a due a due, consolidandosi
l'uno, l'altro sparendo senza paura di sognare…

Sono disposti in forma di poesia, che dice:

        "Il primo senso
        è il senso della gioia, senza scopo, come quando
        si rivela una cosa.

        Il secondo è quella cosa, resa vicina,
        di cui non devi mai parlare.

        Il terzo senso è notturno,
        dove nessuno vede niente
        dove la mente resta uguale.

        Il quarto senso è con l'amico fiore,
        e tu e lui siete una cosa
        abbandonata sotto un cielo chiaro.

        Il quinto senso è lontano dall'amore.

        Il sesto senso è non di te.

        L'ultimo senso è tutti quanti,
        settimo senso inespiabile,
        indurisce
        la parola in parola, il muro in
        muro".

Umanità minuta,
della stessa sostanza del mio cuore,
fammi dei morti e io sarò salvato.


***

La distrazione

Una volta, guardando un ramo, o un passero, o una foglia stagliarsi oltre la finestra, era sempre aperta la possibilità che ramo, foglia, passero uscissero dai loro contorni, facessero corpo con noi, con l'aria tra di noi. E lì potevamo sentirli di più, tanto da lasciare che si liberassero di nuovo e finalmente, qualche volta, con un po' di voglia e di fortuna, sarebbero stati una visione. Allora eravamo contenti e ci bastava.

Adesso, quando non sappiamo cosa fare possiamo andare sulla terrazza e chiedere al vento se è vero che siamo felici.
Ma tutto questo movimento di rami, visto sempre dall'interno, fa pensare ad un cuore pulsante, il cuore della nostra casa posto fuori.
Tutto questo movimento delle piante che abbiamo comperato e di quelle più grandi che erano qui da prima - una folla di pioppi silenziosa nel vento di là dalla finestra - senza volerlo contiene la nostra stagione, senza volere acconsente alla nostra vita.
E io posso sentire che abiti molto lontano e che forse non c'è niente qui intorno che sia tuo.
E vorrei chiederti scusa. Scusami se qualche volta, come adesso, costruisco la tua vita, e scrivendo parlo di te e ti attribuisco i miei pensieri. È una specie di rigurgito, di cui mi vergogno, un resto di un bisogno di bellezza con in più la paura di dover stare da solo. Prima di andare, vorrei che tu stessi con me ad ascoltare i pioppi. Adesso, vorrei solo distrarmi.

***

E mai non fosse l'alba

Io sono il frutto che il tuo stare ha generato.

Non mi ribello e ti resto vicino
perché la nostra fame
come una morte ci trascina in alto,
oltre la nostra casa trilocale
al di là delle persiane
che come fanno i maschi, a tua difesa,
per la notte abbasso.

Ma qualche volta ti abbandono e aspetto l'alba
quando effettivamente un'allodola canta
nel giardino, e mette pace,
e noi non siamo più due poli che si attraggono
ma solo questa pace
e questo cielo finalmente chiaro
perduto dietro le finestre estive.

***

Il vetrino

Una sera, ero in ritardo, con un asciugamano, inavvertitamente, ho urtato una preziosa bottiglietta di profumo, che è caduta. I pezzi sono stati raccolti, quasi tutti in un primo momento, altri nel corso del tempo, a mano a mano diminuendo le proporzioni dei reperti. Dopo un mese in un anfratto del pavimento è comparso un vetrino trasparente, ma nessuno l'ha raccolto.

È passato altro tempo, ogni volta che entravo nel bagno
lo vedevo e mi ripromettevo: "Prima di uscire
lo raccolgo e lo butto",
e nelle mie faccende lo tenevo d'occhio
perché non se ne andasse o scomparisse
tra le frange del tappeto o altro.

Ma il bagno libera i pensieri e al momento
di uscire dalla stanza un'altra
memoria ne prendeva il posto,
e il vetrino è rimasto e negli ultimi giorni
è diventato un'ossessione, un'ossessione
all'ultimo secondo regolarmente rimossa.

E oggi mi sono impuntato,
mi sono concentrato più di ieri
e più dell'altro ieri e ce l'ho fatta:
è stata una vittoria graduale
di una memoria su altre memorie.

Ho allungato la mano e con sorpresa
il vetro non ha opposto resistenza:
è stato docile, si è fatto raccogliere
come se per tutto questo tempo
avesse atteso me, il mio intervento.

Adesso non so se per pietà, per un senso del dovere
per rispetto o per amore l'ho posato
sul nero della scrivania, davanti a me,
e scrivendo lo contemplo e raccolgo
la sua storia di cosa legata alla mia,
e uno stesso appartamento ci contiene.

Sono orgoglioso di averlo salvato
e lui risponde alla luce e manda timidi bagliori.
Ma io ci vedo dentro il firmamento e questa notte
lo metto all'aperto e me lo guardo
perché c'è la luna, perché ritorni,
nella chiara altezza di cobalto, il cielo.

***

Il rumore

Come quando si è concentrati su qualcosa
- per esempio la lettura di un romanzo -
e un rumore sordo e secco si produce
in un altro appartamento
che attraverso la finestra aperta più robusto e più preciso
e più imprevisto di un qualsiasi altro rumore
dall'esterno giunge al timpano,
il lettore ha un mancamento e tanto più trasale
quanto più forte è l'altro mondo scritto
e più denso il sogno che conduce;

così non preparato alle figure e ai fatti della sua giornata
è colto uno che conosce
e non ascolta la sua vita.


***

Animali

Se non funziona il cancello automatico l'uomo lo guarda posando una mano fugace ma ferma sul ferro. Poi se ne va puntando avanti e nella testa l'impulso animale del gesto che ha creato il contatto, ha saggiato la vita del ferro prima che venga l'elettricista.

***

Il sogno della madre

Se state guardando una madre che dorme in poltrona
in un qualsiasi dopopranzo invernale
con il televisore temporaneamente spento
e con in casa l'imperiosa pace
di una raggiunta storia di famiglia,
restate lì, non ve ne andate
e copritela con uno scialle.


***

Diario

1
C'è, tutto intorno al paese, una serie di luoghi e di sentieri, al sole o in ombra, che io non conoscevo. Ogni nuova escursione aumenta il mio potere, ogni scoperta è un velo per la mia memoria e un dolore, una gioia che si va perdendo.
Così la differenza è fra un dolore pieno, in fase inesorabilmente recessiva, e un dolore vuoto. L'attualità del mio soggiorno è ciò che odio, la gioia sta nella memoria, la memoria nel pianto.

2
Cambierà il tempo. Questa pioggia è la stessa di tanto tempo fa e il sole che farà domani sarà uguale e porterà memoria e quel poco di morte nel calore che non è nostalgia ma tua presenza, presenza tua fredda per sempre.

3
I giovani non sanno e non salutano, e io non li saluto. La pietà delle donne, il rispetto degli uomini, il silenzio dei vecchi.

4
Sdraiato sul prato di Egle, con la faccia al cielo mi accorgo che anche qui c'è un pioppo, e grande e luminoso, imperativo e sfaccettato fra l'azzurro e me.

5
Qualunque cosa si muove in un silenzio che è soggetto al torrente. Qualunque cosa è toccata dalla luce.

6
Quando cala il silenzio in città è un eccesso di noi che si coltiva a forza e si circonda di figure chiuse: come un momento deputato al riposo del mondo.
Quello che qui si afferma invece tra uno squarcio del cielo e una raffica di polvere è diverso: non mi appartiene se non come abitudine, ride di me, mi ama e mi sorpassa, mi ospita col sole.

7
Vorrei vedere che una forte pioggia, oltre a lavare, bloccasse questi rami e queste foglie, questi prati ancora non falciati, questi attimi del vento, questi fili in movimento, e tutto divenisse come è, perso nella memoria, dimenticato e fermo e sempre verde come l'oggetto di un ricordo.

8
È il ventesimo giorno di luglio. All'angolo del prato che dà sul torrente le ciliege sono pronte sui rami mentre noi parliamo sempre delle stesse cose - la vita del paese, l'infanzia dei vecchi, la qualità della fontina - senza che questo condizioni l'attenzione o intacchi la riserva d'amore allorché tu, ombra del monte, vieni a verificare quanto c'è di falso o di incompleto nella preghiera del ciliegio quando si piega all'estate nell'ora più calda, che è anche la nostra ora.

9
Nella mia veste di matto del villaggio chiudo le imposte molto lentamente anche stasera, per vedere se mi riesce di capire cosa c'è nel dolore che non si lascia attraversare, e nel caso qualcosa filtrasse nella stanza buia alle mie spalle con la luce del lampione.

10
Dall'osservatorio di un certo prato che conosco, solo per un momento ho appoggiato la guancia e ho potuto notare le pareti del monte di fronte screziate di nero, e poi la macchia di latifoglie sul pendio. Aceri, frassini, betulle, noccioli e forse poco altro nel pochissimo sole e molto vento di questo pomeriggio. Aspettando il brivido del freddo, in quel breve momento non ho dormito ma ho pensato al dormire.

11
Il viaggio che fa il sole staccandosi dal monte in direzione della diga di Valgrisa considera l'uguale arco serale della luna, quand'è rotonda e quasi altrettanto abbagliante, alzandosi dal monte, che è lo stesso, e illuminando d'azzurro lo stesso altro versante che adesso, imbiancato di sole, ci sembra una presenza assurda, tanto diversa e insostenibile quanto spiccata nell'azzurro si configura la tua assenza, così che preferiamo stare all'ombra delle case.

12
Una foglia del pioppo: l'ha portata non so come il vento fino alla soglia di casa, e lì è rimasta fino a quando l'ho raccolta, appena adesso, senza nessunissimo dolore o sentimento.



  Stefano Dal Bianco - Ritorno a Planaval - Mondadori - 18.000 lire

  di G. Genna
gli stessi argomenti su: NESSUNO
   data: 15 giu 2001 protezione contenuti: assente Aiuto  

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