Marco Drago, nato il 18.03.67 a Canelli (AT), si è laureato in Letteratura Americana a Genova con Massimo Bacigalupo, nel 1989 ha fondato la rivista Maltese Narrazioni, nel 1998 ha pubblicato L'amico del pazzo (Feltrinelli), nel 2000 Cronache da chissà dove (Minimum Fax) e nel 2001 Domenica sera (Feltrinelli). Lavora a Radio Tre conducendo Remix.
Disturbare l'universo
Tempo di guerra
Scrivere in tempo di guerra, fare radio di intrattenimento, in tempo di guerra, accentua ulteriormente i dubbi sul reale valore da attribuire alle proprie 300 cartelle di amori, dolori, tradimenti, dipendenze, compromessi, isterie, gioie, avvenimenti straordinari, omicidi, parole, parole, parole. Ma io francamente mi sentirei un cretino a parlare di guerra senza aver la minima idea di quello che significa in termini reali. E poi sono sicuro che a nessuno di quelli che muovono l'Italia, l'Europa o il Mondo frega qualcosa di quel che ha da dire uno scrittore. Se uno scrittore decide di mettersi a scrivere di guerra, gli unici che lo leggono sono i suoi colleghi e quindi se scrivesse del campionato italiano di bocce l'effetto sul mondo sarebbe lo stesso. Il caso Fallaci è solo mediatico e interessa davvero solo i giornalisti. Il giornale che ha pubblicato il pezzo ne è orgoglioso, gli altri sono invidiosi e tutto si riduce a quello. Le parole della Fallaci, violente e inadeguate o sacrosante, sono soltanto parole di una scrittrice, per cui poco più di niente.
Al massimo uno scrittore si può sentire inadeguato a scrivere, ad esempio, di un amore finito o di un amore felice, mentre l'atmosfera in giro è lugubre e gli Informatori spargono panico più che possono. Questa inadeguatezza è tutta interiore, e non frega a nessuno se l'autore si sente inadeguato. Si può sempre non scrivere; chiusa lì.
Negli USA esistono scrittori tipo Don De Lillo, che si caricano sulle spalle tutto quanto: attualità spicciola, cultura pop in toto, politica, storia e futuro. E poi scrivono libri noiosi. O mi sbaglio? Loro forse non si sentono inadeguati e anzi si sentono dentro la storia del proprio paese. Poi i critici italiani leggono quei libri, intuiscono che forse sono libri belli, ma non avendo capito una riga lo intuiscono e basta, e bacchettano noi scrittori italiani che invece stiamo sempre a parlare dei cazzi nostri. Visto che, a mio parere, non si ha vera scrittura se non si ha vero sentire, è perfettamente inutile lamentarsi che il sentire dello scrittore in Italia non sia simile a quello dello scrittore in America. Che dire dei sudamericani, allora? La situazione sudamericana è catastrofica, il realismo magico, le saghe familiari con tanto di soprannaturale, insostenibili. Però è così, e non posso fare niente per far cambiare la testa di quegli scrittori sudamericani.
Cosa possiamo scrivere ora
Qui sono tutti cazzi nostri, ma al di là di tutto quello che è già stato scritto sulla società dello spettacolo, non credo si possa dire di più. Io non possiedo nemmeno l'armamentario teorico per poter dire la mia, perciò sono costretto a ridurre tutto alla mia piccola esperienza personale e devo dire che, possedendo il necessario distacco dall'esterno, si può e si deve continuare a scrivere tutti i romanzi che abbiamo interrotto - per un motivo o per l'altro - dopo l'11 settembre. Se non altro per una correttezza che dovremmo avere nei confronti dei popoli che da anni vivono in guerra o sotto una dittatura (la Cina, Cuba, l'Afghanistan, l'Indonesia, lo Sri Lanka, la Cecenia e più di mezza Africa nera). Se siamo davvero così sensibili verso gli altri, avremmo dovuto fare i volontari e non gli scrittori, che è una professione fighetta e piena di soddisfazioni che vanno ben oltre quelle primarie.
Dunque, animo! Si continua come prima.
Concludendo
Ho preparato questo intervento senza aver letto quelli degli altri. Magari sono andato fuori tema. Scrivere sul fronte occidentale. Lo scrittore occidentale ha avuto finora una grande fortuna, fino all'11 settembre. Quello di vivere nella parte vincente del mondo, la parte del mondo al sicuro da pericoli, magari non al sicuro da imbrogli economici, ma al sicuro da bombe, colpi di mano, ubriacature petrolifere e islamiche, gas nervino eccetera eccetera. Standosene al sicuro, lo scrittore occidentale ha potuto inventare quello splendido luogo della narrativa che è il romanzo dell'individuo. Lo scrittore che vive sotto dittatura o sotto il terrore o sotto un regime strano, per ricevere attenzione non può occuparsi di cose come il matrimonio, il divorzio, la crisi di mezza età, la morte del padre. Se lo fa, lo fa in romanzi in cui la cornice è la situazione storica del suo paese. Lo dice André Brink in una recente intervista rilasciata a Pulp. Brink è sudafricano e dice che è contento che non ci sia più l'apartheid così può scrivere i romanzi come piace a lui e cioè con meno attenzione al sociale e più attenzione ai ghirigori del suo cervello. Dice che adesso si sente davvero uno scrittore. Prima, per essere letto e premiato, doveva sempre fare l'impegnato. Povero Brink. E poveri noi adesso. Come possiamo non essere accusati di essere degli imboscati se continuiamo a scrivere un tipo di romanzo profondo che parla però di cose individuali? Buona parte dei romanzi occidentali (americani, ebrei americani, inglesi e anche gli ultimi italiani e cioè noi) sono perfette macchine psicanalitiche, brillanti, intelligenti, geniali, molto più avanti del cinema, della scienza, del giornalismo, di tutto. Però? Però sono opere che hanno solo un legame debolissimo con la situazione sociale. O meglio, la situazione sociale dei paesi ricchi e in pace è quella che è: non contrasta minimamente con le cazzate che uno ha nella sua singola testa di singolo. Non è uno scandalo se Ingmar Bergman o Woody Allen si crocifiggono in film che hanno come tema l'inadeguatezza alla vita di uomini e donne ricche e piene di balle. Anzi. Arte. Non lo mette in dubbio nessuno. Perfino gente come Handke, mi sembra, quando parla di politica lo fa tenendo presente tutta la sovrastruttura individualistica che fa di lui uno scrittore europeo, occidentale. Tra occidentali ci riconosciamo: scriviamo romanzi su gente che piange se la Jacuzzi si rompe. E a me piace così. Sarò forse un nostalgico, forse tutto cambierà in fretta, come cambiano adesso le cose, e fra tre anni starò scrivendo (per soldi, per voglia di fama) romanzi pieni di tensioni sociali epocali, che contraddicono la mia attuale appartenenza alla tipologia dello scrittore dell'individuo. Mi fa ridere pensare a me che cerco di far coincidere le vicende personali del mio personaggio con quelle delle masse, delle decisioni dei governi, delle multinazionali, degli sceicchi e dei Pashtun e dei Maori. Sarà la mia fine. Diventerò uno scrittore stupido. Di quelli con gli occhi pieni di speranza di cambiare il mondo o di descriverlo o di avere un po' di controllo sulle cose. Uno di quelli che si commuovono leggendo le loro cose, si commuovono per quanto senso sociale esce fuori da quelle pagine. Sarà la fine della mia intelligenza: la gente di fuori mi sarà entrata in casa e io sto meglio da solo.
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